Fahrenheit 451 però con i p*rno al posto dei libri

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Sono ossessionato da un pensiero a dir poco apocalittico: cosa accadrebbe se i tutti i server di questo pianeta si distruggessero nello stesso momento? Se non potessimo più accedere all’estensione della nostra memoria cerebrale in formato cloud ?

Mi sono dato una risposta che vale esclusivamente per me stesso: niente di che. Non potrò mai più leggere le e-mail di quando avevo 15 anni, banalmente perché Jumpy.it è fallita, e dunque il mio indirizzo e-mail dell’epoca (che mi guardo bene dal rievocare in questa sede) è scomparso nell’etere: la cosa non mi turba più di tanto. Forse tutti noi dovremmo bruciare i residui dell’adolescenza e far finta che essa non sia mai accaduta; (io ho condannato alla combustione anche i miei lavori cartacei dell’epoca con scarsissimo rispetto per l’ambiente e ringraziando iddio di non aver mai pubblicato nulla di quella paccottiglia).

In ogni caso, purtroppo, dell’indirizzo e-mail — ILGAVIOLO@LIVE.IT — non riesco proprio a liberarmi: c’è dentro un’era geologica di spam. La cosa più terribile è che la segreteria del Conservatorio di Verona, la quale mi ha conferito il titolo magniloquente di “Maestro”, ha ancora in memoria quell’orrore partorito nei pomeriggi d’estate più disperati e interminabili. Quando la segretaria mi chiamò per un controllo documenti alla vigilia del diploma e mi chiese se usassi ancora quell’indirizzo, notando il mio disagio mi tranquillizzò: “Guarda, non è nemmeno il più imbarazzante”.

E-mail a parte, parliamo di cose serie: internet serve principalmente a corroborare il nostro immaginario erotico. Io che ho vissuto nell’epoca di passaggio tra reti private dopo le 23:45 e l’internet, beh, vi garantisco che è stata un’autentica rivoluzione cognitiva e filosofica. Se “l’immaginazione al potere” è stato il grande slogan del Sessantotto, al giorno d’oggi potremmo aggiornarci con “L’immaginazione non serve più”.

Ora, torniamo per un momento all’ipotesi iniziale: scoppiano tutti i computer, tutta l’elettronica. I neo-puritani dell’internet fanno saltare la Silicon Valley con una congiura di polveri che fa impallidire Guy Fawkes. I nuovi pompieri della morale, come quelli di Fahrenheit 451, hanno il compito di distruggere tutto quello che passava per un codice binario.

Rimaniamo nudi con il nostro linguaggio, diventiamo puri nomi, ci ritroviamo soli nelle nostre parole come nella condizione primigenia che apre il Vangelo di Giovanni: “In principio era il Verbo […]” ;

I più anziani tra noi ricordano ancora distintamente i video hard che hanno visto più e più volte. La vera resistenza ora consiste nel serbarli nella memoria e imparare a raccontarli, assurgendo al rinnovato ruolo di aedi e rapsodi dell’erotismo. Si aprono simposi, scuole filosofiche, risorgono i peripatetici delle varie categories. La via dell’autenticità è ormai percorsa, la creatività prepotente esplode di nuovo, l’amore si fa vero e tangibile a partire dal racconto, perché ciò che viene raccontato,
come la migliore letteratura,
vive per sempre.

Per chi se lo stesse chiedendo, ultimamente, di base, sono felice.

Mio padre

Mio padre a giugno del 2020 ha esalato il suo ultimo respiro.

Non me ne sono accorto completamente, o per lo meno non subito.
Nemmeno ora, a mesi di distanza, sono certo di aver capito che una persona possa smettere di esistere da un momento all’altro; i buchi nella coscienza provocati dal sonno profondo sono gli unici strumenti che mi aiutano a capire; suona bizzarro che la comprensione di qualcosa passi attraverso il dormire, di cui non facciamo esperienza sensibile e non serbiamo memoria.

Da bambino ero convinto che i miei genitori possedessero il magico potere di accorciare la notte: non c’era sera in cui io mi coricassi senza l’immancabile supplica “Dormiamo poco?”, a cui mia madre rispondeva con un cenno di assenso. Odiavo la notte perché si frapponeva ad un continuum di giochi, cartoni animati, merende, storie dei libri del Battello a Vapore o dei Piccoli Brividi. Prendevo sonno subito e incredibilmente dormivamo poco sul serio.

Non ho visto direttamente mio padre morire; l’ho visto privo di coscienza, poco prima e poco dopo. Ho visto il suo diaframma ostinarsi disperatamente a chiedere aria. Ho pensato a tutti i polizieschi che ho letto, in cui, per capire se qualcuno è morto annegato, controllano sempre se la vittima abbia acqua nei polmoni. Sott’acqua, negli ultimi attimi che ti restano, ad un certo punto il tuo istinto di sopravvivenza ordina alla trachea di inalare acqua, come un soldato asserragliato che, certo di essere colpito, tenta comunque di esplodere un ultimo colpo a detrimento delle linee nemiche. Il respiro è davvero l’ultimo ad arrendersi. L’inizio della vita è sancito dal respiro, sotto forma di vagito, e il respiro è anche l’ultimo ad abbandonare il palcoscenico.

Mia zia piangeva. Chi non piangeva singhiozzava a tratti. Insieme abbiamo fatto la barba a quell’aggregato di molecole che fino a pochi istanti prima era percorso dall’ultima elettricità. Ero attentissimo con la lametta; mio padre quando si faceva la barba usciva dal bagno con il volto ridotto ad un campo minato, forse a causa della maniera pratica e sbrigativa con cui affrontava ogni aspetto della sua quotidianità. Dentro di me pensavo “Questa sarà la prima e unica volta in cui uscirà sbarbato senza ferirsi”. Ad un certo punto gli infermieri sono arrivati, ci hanno fatto uscire dalla stanza, chiedendo scusa se dovevano entrare nella nostra intimità con la freddezza di una procedura standard, come un rostro che sfonda la carena di una nave nemica. 

Ci siamo ritrovati fuori in giardino, gli infermieri hanno abbassato le tapparelle. Quando siamo rientrati mio padre aveva i tratti più composti e un mazzolino di fiori sul petto. Mi chiedevo stupidamente se quei mazzetti li preparassero in un numero predefinito la mattina in base alle previsioni dei medici o se li confezionassero al momento. 

Guardavo gli infermieri e pensavo quanto per loro fosse ordinario un momento per la mia famiglia talmente straordinario da rappresentare l’unicità: in fondo, pensavo con sollievo, la fatica di morire la si fa una volta sola.   

I francesi chiamano questi momenti-chiave les tournants, locuzione che mi piace particolarmente anche se la traduzione italiana letterale, tornante, oppure giro di boa, risulta piuttosto debole, non foss’altro perché nella mia esperienza ciclistica, dopo un tornante che fa prendere fiato, la salita continua feroce a mordere le gambe, e anche le barche a vela nelle regate, dopo il giro di boa, devono tornare a terra, magari sfidando il vento contrario. 

Il tornante della morte di mio padre, al contrario, non dava spazio a ulteriori affanni, anzi, al contrario: stabiliva, finalmente, una sorta di quiete, una patta inevitabile con la nostra finitudine. L’agenzia di pompe funebri ci ha regalato degli splendidi portachiavi a forma di bara. Il gesto era talmente kitsch da rasentare il sublime. Inutile dire che l’ho apprezzato molto, e che al momento il suddetto gadget giace quotidianamente nelle mie tasche.

Essendo stato mio padre un uomo del tutto privo di retorica, ho cercato di omaggiare la sua fine senza orpelli: provo una certa insofferenza di fronte alle perifrasi giornalistiche o da onoranze funebri: è mancato, si è spento o il francamente insopportabile ci ha lasciati; dato che toccava a me avvertire un po’ di amici di famiglia sono andato dritto al sodo, risoluto come un cavadenti del far-west: ciao, papà è appena morto, ah sì, grazie, no il funerale non lo facciamo, grazie davvero, sì in effetti è proprio ingiusto morire a 62 anni.

Andare dritto al punto mi sembrava una questione di purezza e di rispetto. Il giorno dopo iniziavano gli esami di maturità dopo due anni scolastici balordi tra pandemia e didattica a distanza. Non potevo permettermi di abbandonare i miei alunni proprio in quel momento, o forse non potevo permettere che loro abbandonassero me proprio in quel momento.

Uno degli aspetti più gradevoli di questa situazione, è il fatto che nessuno stavolta mi abbia sgridato perché non stavo affrontando “correttamente” la morte di mio padre, come se esistesse una maniera più giusta delle altre; l’assenza di autoproclamati guru spirituali che ti spiegano come si fa a stare al mondo, è stata una vera benedizione. Pensa ad esempio alla fine di una relazione: c’è sempre qualcuno che ti spiega come si fa a gestirla, ovviamente con una virosa ridda di luoghi comuni. ‘Stavolta, per fortuna sono stato graziato.  

In generale, credo una delle più grandi sciagure dell’epoca contemporanea sia la nauseante retorica dell’affrontare i propri problemi, perché prima o poi essi busseranno alla porta e saranno ancora più ingombranti; al di là che è una raccomandazione dozzinale, da libracci motivazionali scontati del 70% nelle ceste delle librerie, ma saranno anche c***i miei, o no?

Io funziono così: rispondo al vuoto, al lutto, alla perdita, con il riempimento. Rispondo alla morte immergendomi nella vita, che per me significa vita sociale; trovo conforto nello stare con le persone, nel rito empireo e borghese dell’aperitivo. Diciamo pure che sono un grande fan della polvere sotto il tappeto, naturalmente solo quando la polvere e il tappeto sono di mia proprietà e non nuocciono alla vita di nessun altro. Mi spiego meglio: la polvere sotto il tappeto non è una buona idea se riguarda le relazioni con gli altri o qualche problema serio che necessita di un aiuto esterno/professionale. Ma quando l’affare è tra me e mio padre…

Ciononostante, il mondo è pieno di tromboni che con aria paternalistica regalano la loro saggezza sul fatto che i problemi vadano affrontati. Io penso invece che i problemi vadano schivati.

Inoltre, i tromboni con l’aria paternalistica che non fanno altro che riproporre acriticamente banalità perpetuate dai loro genitori, di solito sono le persone che gestiscono peggio i loro problemi.  

A me piace uscire e divertirmi, mi piace andare al lavoro il giorno dopo la morte di mio padre (ah, ovviamente mi piace molto il mio lavoro, ça va sans dire), e piuttosto piango da solo in bagno quando sono a casa. Conosco altresì persone che affrontano questi momenti chiudendosi in loro stesse, senza voler vedere nessuno: esse hanno ragione.

Il punto è,
che ho ragione anch’io.

e forse, la morte,
è soltanto un dormire poco.

Viaggio in Italia, luglio 2020. Prima tappa: Verona – Pescara

Sono sempre stata invidioso di Ernest Hemingway che ha avuto ben due guerre mondiali in Europa e la Parigi più bella da raccontare. Ho sempre avuto l’impressione che al contrario, nella mia epoca non sia successo nulla di così interessante. 
Una pandemia globale mi ha accontentato.

Tutto è nato dal Kayak. 

Lei volteggiava sulle onde del fiume, sinuosa come un’anguilla. Gli altri due amici che partecipavano al corso con noi, sportivi provetti, filavano giù tra i flutti, ubriachi di adrenalina. 

Io alla terza lezione da principiante mi sono rovesciato, ho battuto la testa sulle pietre del fondo (Dio benedica i caschi); a quel punto, sfinito, ho recuperato il kayak volato qualche centinaio di metri più in là, ho appoggiato il culo su una roccia e non mi sono più mosso dalla paura. Ho guardato i miei tre compagni continuare a seguire il maestro in evoluzioni sempre più ardite. 

Mi sono sentito come alle medie, quando le ragazzine sboccianti (e bellissime e irraggiungibili) guardavano quelli che giocavano a calcio e io non sapevo neanche tirare dritto un pallone di tela. Fu allora che capii che la vita contemplativa per me poteva essere più appagante di quella attiva. Il mio tempo sarebbe arrivato (mi ripetevo).

Torniamo a casa, l’Adige ancora addosso;
-Non credevo l’avresti vissuta così male…- mi dice lei, dolcissima. Mi disegna una carezza sulla guancia e io mi sento se possibile ancora più inetto. 
-Guarda, vedere voi tre così bravi e io così incapace rasenta la défaillance sessuale nella mia testa-
-Oh…- mi risponde un po’ piccata, come si risponde a un ragazzino egoista che fa i capricci. Mi guarda come a dire “Torno quando ti è passata”. Ha pienamente ragione. 

Noi uomini ce le viviamo un po’ male le défaillance sessuali. Che idioti siamo.

Passo la giornata successiva a tentare di scrollarmi di dosso secoli di maschilismo patriarcale che acuiscono il mio senso di sconfitta, o per dirlo con le parole di Freud, il mio complesso di castrazione. Il fatto che la mia razionalità non riesca del tutto a domare queste idiozie mi fa sentire ancora più stupido.

Vengono a trovarmi due amici. Stanno per sposarsi. Io sarò il loro testimone. Questo fatto mi fa sentire come se stessimo viaggiando nell’universo siderale su due astronavi differenti. Racconto loro del Kayak e del mio senso di inadeguatezza. Quest’ultimo non si placa.

La sera io e Claudia siamo ad un compleanno, parlo con Paolo del kayak. Anche lui mi dice di aver subito i danni di questo cameratismo da quattro soldi nell’età dell’innocenza: -Sai perché faccio sport tutti i giorni?- mi chiede -Perché alle medie ero scarso, ecco perché-. 

Orgoglio ferito, devo fare qualcosa. Impacchetto tutto ciò che posso sulla bicicletta e inizio a dirigermi di buon passo verso l’Adriatico, prima tappa, Pesaro, città peraltro di Gioacchino Rossini. 

Claudia è un po’ contrariata dalla mia disorganizzazione e dalla totale improvvisazione di questo viaggio. “Andiamo in Abruzzo, forse ci fermiamo nelle Marche, forse no, forse andiamo in Cilento, chi lo sa”. Ci diamo appuntamento per qualche giorno dopo, vedremo dove arriverò. La mattina in cui io parto ci diamo un bacio, ha un sapore particolare, io ingigantisco tutto come al solito (mia sorella più piccola mi chiama drama queen) e mi sento Bartali che parte per il Tour de France, nello specifico quello del ‘48. 

La strada è lunga, in pianura, la borsa che ho attaccato dietro alla sella beccheggia e quindi faccio fatica a pedalare en danseuse, in piedi sui pedali. Eppure ho abbastanza rabbia addosso dal giorno prima, la motivazione giusta, due buone borracce d’acqua e qualcosa da mangiare. Si può fare. Butto giù un pacchetto di crackers ogni 60 minuti, cerco di tenere i trenta di media, guardo il cemento che lentamente si trasforma in campi coltivati, la città che diventa provincia. 

Qualche giorno prima io e Claudia abbiamo fatto un giro in quel tempio del capitalismo che è Decathlon. Tra i vari atleti mancati, me compreso, abbiamo comprato una tenda abbastanza ampia e qualche suppellettile da campeggio. Ci sentiamo in una botte di ferro. So che tutta quell’attrezzatura dovrà portarla Claudia da sola in treno e per questo mi sento un po’ in colpa. Piano piano capisco che l’organizzazione e il preavviso le servono proprio per capire cosa portare e come portarlo. Non realizzo che molte cose le tiene ancora a casa dei suoi genitori, perché in fondo conviviamo da pochissimo e in fondo sono un incosciente. Chi ha tempo di pensare alla logistica quando deve affrontare il Tour de France? Qualche giorno dopo mi renderò conto della sostanziale legittimità delle sue richieste e mi pentirò di essere stato così sbrigativo e talvolta scortese. Le chiederò scusa, sempre con un certo delay

Nel frattempo le gambe girano, vedo la piana Veneta che piano piano si trasforma in piana Emiliana, tanto le zanzare non mi prendono. Sento stralci di discorsi che hanno un accento diverso da quello veronese e improvvisamente mi sento di nuovo a casa, perché la mia famiglia è emiliana d’origine. Senza accorgermene, sotto il sole, ben presto sono a Ferrara. Mi salgono alla mente memorie di qualche buskers Festival, quando avevo nemmeno vent’anni e credevo di aver capito come funzionava il mondo. Compro un po’ di frutta da un ragazzo indiano gentile. È ancora lunga. 

Varco la frontiera che separa l’Emilia dalla Romagna, iniziano a comparire i cartelli che indicano Ravenna. Sono felice perché penso che una volta raggiunta la costa, scendere a Sud sarà un gioco. Mi piange il cuore per ogni centro storico che avrei voluto visitare. Mancano 20 km alla città in cui è sepolto Dante, realizzo con sacro terrore che ho dimenticato la pompetta d’emergenza a casa, la sera si avvicina e se foro la ruota sono nei casini. Se la foro in mezzo alle campagne romagnole sono nei casini ancora di più. 

Vedo anche che la batteria del telefono inizia a languire, e non posso permettermi di non usare il navigatore gps.

-erano proprio altri tempi quelli in cui mio padre e mio nonno, autotrasportatori, giravano l’Europa senza uno straccio di cartina. Mio nonno poi, dalla Lombardia a Roma, col camion ci impiegava tre giorni-

Mi fermo, per la prima volta dopo molte ore in un bar chiassoso, kitsch quanto provinciale, con un orribile mobilio stile Mediaset primi anni Duemila. La parlata mielosa dei Romagnoli mi dà sui nervi. La barista è giovane, bella, scambiamo due chiacchiere. Non capisce bene come inquadrare la mia richiesta di avere delle pesche in vetrina: “Mah, questa frutta la usiamo solo per i cocktail…”. Mangio un panino, carico il telefono, non riesco a fare a meno di chiamare Claudia; riparto. 

Inizio a vedere orde di turisti che volano verso la riviera. Mi lascio scivolare per stradine secondarie di campagna malasfaltate. I muscoli delle gambe iniziano un po’ a chiedere la resa. Ma è ancora lunga. Finisco in una strada enorme con i cartelli blu, forse una superstrada. Scappo di nuovo verso i paesini. 

Inizio ad annoiarmi e recupero un vecchio lettore MP3 che ho portato con me, risalente al 2012 e che taceva dal 2016. L’epoca di internet sempre e dovunque era lontana, e quindi è ancora pieno di podcast scaricati dal sito della Rai dal computer fisso di casa. Che cosa vintage. Chissà quando li ho ascoltati l’ultima volta; forse in quella malaugurata estate in cui cercavo casa a Torino dopo non aver vinto la borsa di dottorato a Nizza. 

C’è una puntata di “Lezioni di musica” di radio 3 dedicata al Sacre du Printemps di I. Stravinskij, argomento noto e arcinoto ma che riascolto sempre volentieri come guardo volentieri Italia-Germania 2006 su YouTube. Mi piace pensare a quel fagotto nel teatro degli Champs Elysées che nel 1907 ha sbriciolato secoli di tradizione musicale europea. 

Bello il lettore mp3. Che strano ripensare a quell’epoca senza connessione in cui l’intrattenimento per ammazzare le attese andava pianificato con congruo anticipo. Mi lascio cullare da Radio 3 e arrivo a Ravenna. Il mare non lo scorgo ancora tra le mille strutture turistiche che hanno fatto la fortuna di questi posti negli anni ’60, ma decido che mi fermerò eventualmente solo dopo averlo visto. Ravenna è una soglia psicologica importante. Basta tirar dritto, giù fino a Pesaro, mi dico. 

Avvicinandomi al litorale trovo finalmente due coniugi che hanno un noleggio biciclette con annessa piccola officina. Chiacchieriamo, mi vendono una pompetta di emergenza. Mi fanno i complimenti quando dico che arrivo da Verona: mi inorgoglisco un po’ senza darlo a vedere. Il cielo trascolora e mi rendo conto di non avere ancora molte ore di luce a disposizione. Lui mi dice “Guarda, se hai voglia di fare la strada bella sali dalla collina dopo Cattolica. C’è un parco naturale. Ma da qua ti stufi a fare lo slalom fra la gente”; io rispondo che ho pedalato in solitaria fino a quel momento, e che non mi dispiace un po’ di presenza umana; “allora arrivi a Rimini che non ti accorgi neanche di pedalare!”. I pini marittimi mi guidano attraverso alcune pinete, si sente l’odore dell’acqua salata.

In effetti, raggiunte le città sulla costa e le zone turistiche devo scendere più volte dalla bicicletta, andare con calma, superare i marciapiedi, divincolarmi dai crocchi di persone. Il mare è distante, oltre gli ombrelloni e i lettini sulla mia sinistra. C’è gente, ma non troppa. A Rimini vedo ragazzini che riempiono gli autobus incuranti del virus; superare le auto si rivela complicato. Le liceali si stringono nei loro vestiti striminziti, sono truccate e hanno voglia di farsi notare. I coetanei di sesso maschile invece sono ancora un po’ acerbi. 

Il ginocchio destro inizia a fare i capricci, sento i tendini indolenziti. Devo fermarmi in farmacia, comprare una pomata anti-infiammatoria. A Rimini passo da Rivazzurra e sorrido: mi ricordo di qualche notte passata lì insieme alla ragzza del liceo, Nadia. Quei giorni d’estate solo con lei a 16 anni in vacanza erano la cosa più incredibile a cui potesse ambire la mia immaginazione. Consegnavo volantini in zona industriale tutto luglio per poterla raggiungere pochi giorni in riviera. Altri tempi, altre prospettive. 

Mando un messaggio a mio cugino, che so abita in zona. Siamo amici da quando eravamo piccoli e giocavamo insieme. Forse dopo 4 anni (ma dico forse) ho smesso di invidiarlo per il fatto che nel 2016 lui ha vinto la borsa di dottorato mentre io no. Questo senso della competizione e del confronto della mia vita con quella degli altri deve finire, decisamente. Mi risponde con qualche minuto di ritardo: ormai ho superato la sua zona e non ho alcuna intenzione di girare la bicicletta e tornare indietro; più che altro perché inizio a sentire la stanchezza.  

Sulle strade di Rimini vedo un piccolo chiosco di frutta. Ho una fame che non ci vedo, compro delle pesche, delle albicocche, delle banane e le divoro seduto in un angolo con una voracità da calo di zuccheri. In effetti mi accorgo che ho lo stomaco vuoto da diverse ore. Ridacchiando mi viene in mente una scena di Robin Hood con Kevin Costner, quella in cui i due pellegrini rientrati in Inghilterra dalla Terra Santa, dopo giorni e giorni di viaggio trovano dei meloni freschi in cui piantano la faccia come bestie feroci e affamate. Mi sento più o meno allo stesso modo (drama queen).

Continuo a spingere sui pedali, vicino a Cattolica fanno dei fuochi d’artificio sulla spiaggia. Li interpreto come un segno di accoglienza nei miei confronti, perché alla fine, ognuno legge la realtà circostante come vuole. Penso che la necessità di cercare dei segni sià la stessa necessità di dare un senso alla casualità totale delle nostre vite.  

Supero il limite della regione, arrivo nelle Marche, nella propaggine di territorio che non è più Romagna ma di fatto è identica alla Romagna. Manca solo un parco naturale a Pesaro, che posso facilmente attraversare facendo la statale. Sono le 10 di sera, fa buio e l’asfalto ricomincia a mordere, in salita, come un’estrema prova per me che sono un ciclista da pianura. Sono più di 10 ore che sto in sella, ormai mancano appena 9 chilometri alla meta. Continuo a pedalare ormai mosso solo dall’ostinazione e dall’inerzia. 

Dopo l’ultima grossa curva in salita accade l’inaspettato: i lampioni finiscono, e la strada ampia e percorsa dalle auto a gran velocità viene inghiottita da un buio terribilmente in contrasto con il paesaggio da carosello da cui arrivo. Alzo bandiera bianca: è decisamente il momento di fermarsi. Rischiare di essere travolto da una macchina per orgoglio mi sembra davvero stupido. 

Il telefono ha la batteria completamente scarica, quindi non sono nemmeno in grado di cercare un alloggio. Giro la bicicletta alla ricerca del primo locale aperto disposto a prestarmi una presa elettrica. Sono piuttosto male in arnese, che ci metto un po’ a trovare una specie di ristorantino. È tardi: le cameriere e la padrona stanno cenando a un tavolo. “Qui è tutto chiuso, mi spiace”. Chiedo di poter mettermi in un angolo ricaricare il telefono per cercare un posto dove dormire. La signora è gentile, mi indica una presa e mi dà il nome di un paio di alberghi. Grazie al mare magnum che è internet trovo facilmente una stanza nella località di Gabicce al mare, dove gli alberghi sono sensibilmente meno cari perché appunto, dalla Romagna ormai ho scollinato nelle Marche. Ringrazio la signora del ristorantino e compro una lattina di aranciata più per scusarmi per il disturbo che non per berla. Non so ancora che quella lattina sarà la mia cena.

Arrivo all’albergo. Il tizio della reception mi fa mettere la bicicletta nella hall, “Tranquillo la guardo io” e poi, con un velo di imbarazzo negli occhi mi dice “Mi spiace, sul sito c’è un errore: la colazione non è compresa nel prezzo”. Non so se sia un giochino o se sia la verità, ma scommetto sulla buona fede dell’albergatore, capendo anche i tempi difficili sta affrontando l’industria turistica. Gli consegno la mia carta d’identità (è ancora in albergo al momento in cui scrivo). Fa una fatica incredibile ad usare il pos, mi dice “Che palle questa tecnologia”: in effetti ha un’età per cui è estremamente comodo fossilizzarsi sulle cose che si conoscono senza bisogno di impararne altre. Pago la differenza senza battere ciglio e mi chiudo finalmente in camera. 

La doccia è una voluttà. Dopo lo sforzo fisico della giornata, eppure, faccio fatica a rilassarmi. La camera è bella, curata, ben rifinita e recentemente ammodernata. Sarebbe una camera perfetta da condividere, da usare per farci l’amore, dalla finestra si vede il mare. Lavo svogliatamente con un po’ di sapone i miei indumenti pieni di polvere e sudore. Guardo le linee biancastre che ha lasciato il mio sudore sul nero della maglia e dei pantaloncini. Mi sdraio, leggo qualche articolo da un giornale on-line. Non dormo il sonno dei giusti.

Mi sveglia il sole delle 8 e il calore secco e salino della riviera. I miei vestiti sono già asciutti. Scendo a far colazione, mi riempio di uova, pane tostato. mi impongo di non mangiare zuccheri troppo difficili da digerire ma non riesco a resistere a un tortino di carote. Poco male. Scendo alla tabaccheria-alimentari e compro del nastro isolante (non si sa mai) e dei cracker. Vorrei comprare anche della crema anti scottature ma i prezzi sono prevedibilmente improponibili. Decido di continuare a soffrire. 

Mi metto in viaggio per Ancona; città che l’anno scorso ci ha fatto da trampolino di lancio per conoscere il Conero e l’amata Recanati. Le gambe girano ma inizio a non reggere più la pressione della sella sul culo. Inizio a fare sempre più pause. Mi fermo a riempire le borracce davanti ad una chiesetta, vicino alla fontana guardo la bacheca delle onoranze funebri, leggo nomi e destini di cui non so nulla. Mi chiedo quante di quelle persone siano morte di Covid. Il contrasto della morte con le spiagge piene di vacanzieri un po’ mi disturba. 

Inforco di nuovo la bici ma sono stanco. Gli ultimi 10 chilometri prima della stazione inizio davvero a pregare ad alta voce perché sono esausto. Mi sono mangiato poco più di 80 km per arrivare nel capoluogo marchigiano.   

Prima di partire riesco a mettermi d’accordo con mio cugino. Si decide di fare una capatina a alla spiaggia di Mezzavalle, bere qualche birra e ricordare i bei vecchi tempi. Ci sono anche altri amici, compagni di università con cui avevamo fatto festa anni e anni fa, quando eravamo tutti studenti e io stavo per partire per la Francia. Io e Claudia siamo i benvenuti, guarda caso avevo prenotato per due persone in più che però non sono venute, vi aspettiamo.
In che senso hai prenotato?
Eh, adesso anche nelle spiagge libere devi prenotare. Poi magari non controlla nessuno eh. Vi aspettiamo. 

Vedo Claudia in stazione; è una bella sensazione, per quello. Ci abbracciamo, ci baciamo. -Oddio come hai fatto a portare tutto questo ambaradan in treno?
-Eh ho fatto fatica.
Ha con sé la sopracitata tenda da campeggio esageratamente pesante, una bicicletta, una borsa e uno zaino da viaggio scout enorme sulle spalle. L’inaffondabilità di quella ragazza mi colpisce sempre, capisco perché piace ai miei amici.

Ho chiamato l’albergo davanti alla stazione, ci tengono i bagagli e le biciclette per 5 euro a testa. Resto sempre stupito dall’idiozia delle stazioni che non possiedono un deposito bagagli. Buttiamo tutto in uno scantinato e prendiamo un autobus; è domenica. Sono felice; è strano tornare in quei luoghi dove avevamo passato una delle nostre prime vacanze, quando sapevamo tutto sommato ancora poco di noi. Ricordo una spiaggia di sassi, erano le nove di sera ma c’era ancora luce, io che le chiedo: dai, raccontami dei tuoi amori passati. Mi sembra passata un’eternità. Che poi, chiedere degli amori passati vuol dire sempre farsi un po’ del male.

Mezzavalle non è più quel luogo ameno che ricordavamo dall’anno precedente. Ci sono troppe persone. Ci sono poliziotti con le moto d’acqua che sgridano dei ragazzini che ballano sul bagnasciuga: assembramento non consentito. Mi chiedo quanti social networks verranno inondati con l’hashtag #mezzavalle solo in quella giornata. 

Mio cugino è con la fidanzata, l’ultima volta che ci si è visti era stato a Bologna, era dicembre, volevo conoscessero Claudia. Avevamo mangiato in un’osteria, io avevo chiesto informazioni sulle Fiandre, dove saremmo andati di lì a poco, durante le vacanze di Natale. Nessuno immaginava che sarebbe arrivato il contagio, le notizie sul virus erano un’eco distante relegata nelle pagine degli esteri. Wuhan era una parola remota. 

Assieme a mio cugino c’è un amico che avevo conosciuto durante soggiorni universitario-goliardici più o meno lunghi a Forlì. È toscano ed è finito anche lui nel mondo della scuola, anche se ha l’aria di non saper bene come. Ce la raccontiamo su com’è stare alle medie, ah ma tu sei alle superiori, sì ma io in paritaria, ah oddio la didattica a distanza, ah che palle il precariato. Mi butto in acqua per pochi minuti e poi tutti assieme beviamo una birra in un chioschetto lì vicino. Parliamo di lingue straniere, di Michael Phelps, di esami universitari farsa, di professori universitari rancorosi. È un bel momento.

Io e Claudia voliamo verso il campeggio, lo stesso dell’anno scorso. Piantiamo alla buona la nostra tenda nuova, mangiamo una pizza, io bevo un amaro e la mattina dopo si riparte, destinazione Vasto. Con calma arriviamo a Pescara, capoluogo di provincia dell’Abruzzo. La stazione è enorme, una vera cattedrale nel deserto, data la sostanziale scarsa rilevanza della città. La stazione è un grande scatolone di cemento armato e vetro, come piacevano i palazzi a Manhattan negli anni ‘90. Mi chiedo quanta speculazione edilizia, quanta corruzione, quanto marciume italiano sia servito per costruire un ecomostro del genere nell’epoca delle vacche grasse, cioè il Belpaese pre-tangentopoli. 

In questa stazione faraonica accade qualcosa di incredibile: non c’è un deposito bagagli. Chiamo almeno 5 alberghi, mi rivolgo speranzoso al personale Trenitalia: nulla di nulla. Mi arrabbio, e giustamente. Abbiamo poco più di un’ora e mezza di attesa. Claudia mi calma e con armi e bagagli al seguito ci dirigiamo verso l’uscita: decidiamo di fare comunque due passi per il centro di Pescara, anche se lo zaino mi sega le clavicole. Fuori dalla stazione due poliziotti ci chiedono in malo modo i documenti, ma appena rispondiamo in italiano si sciolgono, dicono “Ah pensavamo che eravate tedeschi con le biciclette e tutti quei pacchi al seguito, ah ma siete di Verona, che bello, ho fatto la scuola di polizia vicino a Verona, che bella l’Arena con l’opera, ah se volete una buona gelateria andate qua”. 

Dopo il gelato passeggiamo per Pescara, inorriditi da quanto sia brutta. In effetti è una città macchiata dal peccato originale, un vero disonore che in realtà tocca a pochissime città italiane: essere nuova, non avere storia.

La chiusura

Difficile pensare ad una chiusura cinematografica più memorabile di quella di Eyes Wide Shut, ultimo capolavoro di Stanley Kubrick: dopo le mille peripezie che conducono i due coniugi sull’orlo della crisi di nervi, Nicole Kidman guarda fisso negli occhi Tom Cruise: “C’è solo una cosa che dobbiamo fare… Scopare”.

In effetti, entrambi in modo diverso si trovano in balìa di istinti profondi e oscuri, in balìa di fiumi carsici in fondo alla psiche che non smettono mai di scorrere, per quanto coperti dalle rispettabili norme di buon portamento imposte dalla società.

Questi istinti possono davvero farci perdere in un secondo tutto quello che abbiamo costruito? Nel caso di Eyes Wide Shut un matrimonio felice, una solidità economica invidiabile e l’aver messo al mondo una bambina?

Fino a che punto abbiamo imparato a non dare ascolto a noi stessi per non turbare il nostro risibile quieto vivere?

Nei nostri comportamenti quanto c’è di vero e quanto c’è di costruito?

Forse le risposte a queste domande inizieremo ad intravederle solo approssimandoci alla chiusura. Forse ci verrà da ridere e scopriremo che le cose dietro le quali ci siamo tanto affannati erano sciocchezze, che non aveva senso essere tesi, nervosi e impauriti di fronte a questa o quell’altra situazione.

Vi capita mai di sorridere pensando a ciò che vi spaventava da bambini? Tipo quel corridoio che da piccoli percorrevate di corsa per paura del buio?

Quello stesso corridoio che anni dopo è stato il vostro rifugio, al termine di una notte di bisboccia con gli amici del Bar Sport…?

Magari, con l’approssimarsi della chiusura, tutta la vita ci sembrerà un corridoio buio in cui in fondo, non c’era nulla da temere.

Chiusura, al bar significa abbassare le saracinesche, dare un colpo di scopa ai pavimenti e lavare per terra, con le luci soffuse e le sedie rovesciate sui tavoli, e tutte le chiacchiere del giorno che scivolano via come la schiuma nel secchiaio dietro il bancone.

Mi piace pensare a Ruggero Caumo, il barman di Ernest Hemingway al celebre Harry’s Bar di Venezia, mentre prepara un ultimo Daiquiri allo scrittore americano che lotta con i suoi demoni. Forse Ruggero, mentre miscela sapientemente gli ingredienti il cocktail notturno, sa che in qualche modo entrerà, a buon diritto, fra le pagine del premio Nobel per la letteratura.

Mi piace immaginarlo mentre fa due chiacchiere con il maestro del romanzo americano, guarda l’orologio e il drink che ha appena finito di versare: “Mr Hemingway, questo è proprio l’ultimo, che tra poco, è ora di chiusura”.

Sogno di una notte di mezza estate

Mezza estate vuol dire più o meno il 5 di agosto, considerato che quest’anno il solstizio è iniziato il 20 giugno e finirà il 22 settembre.

Siamo in anticipo sulla tabella di marcia.

Che l’estate abbia qualcosa di onirico e immaginifico lo sappiamo fin da quando siamo bambini, perché la scuola finisce e ci si rivede a settembre. Vuol dire aver tempo, tantissimo tempo, per il gioco, quando il sole proprio non vuole scendere e ormai è ora di cena, e le foglie splendono di un verde che fa quasi male.

Poi arriva il mondo del lavoro che è altra cosa, ma comunque tradizionalmente agosto è mese di vacanza.

La notte di mezza estate ha una caratteristica importante: ti obbliga a tirar fuori dall’armadio la felpa di cui ti eri dimenticato.

Quando hai 16 anni e si gira in due in motorino con il preciso intento di far mattina, già verso le 3 di notte la felpa è obbligatoria. Il che è veramente destabilizzante se poi ripensi alla canicola del primo pomeriggio.

La mezza estate è propizia agli amori e ai matrimoni, anche se Oberon e Titania, rispettivamente re e regina delle fate, non fanno altro che litigare nella commedia di Shakespeare.

Il sogno shakespeariano ci insegna una cosa importante sulla nostra condizione umana e sulla necessità di restare umili: i nostri amori così totalizzanti non sono altro che lo scherzo di un folletto, che ride di noi dalle profondità del bosco.

Il sogno shakespeariano ci ricorda che i nostri sentimenti sono in balia di forze oscure e imperscrutabili, e la realtà in cui ci muoviamo non è altro che un gigantesco teatro di inganni, gelosie e frivolezze.

Ma sopra ogni cosa il sogno shakespeariano ci ricorda quanto la nostra visione del mondo e le emozioni che proviamo, molto spesso siano il frutto di immaginazione e autosuggestione.

Dice Teseo nella scena prima dell’atto V: “[…] Gli amanti e i pazzi hanno cervelli che fremono, hanno una fantasia così piena di inventiva che concepiscono più di quanto la fredda ragione comprenda. Il lunatico, l’amante e il poeta sono fatti di immaginazione”.

Non credo sia casuale la scelta di abbinare coloro che amano, coloro che perdono la ragione e coloro che scrivono versi.

Se uniamo questa riflessione alla celebre “Siamo fatti della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni”, sempre da “La Tempesta” del drammaturgo inglese, possiamo concludere che spesso le cose a cui conferiamo importanza non sono altro che illusioni, e come tali andrebbero trattate.

Al folletto Robin Goodfellow, anche detto Puck, è affidato il compito di congedarsi dal pubblico alla fine della commedia: “Se noi ombre vi abbiam dato noia, pensate a questo e tutto sarà risolto: che non avete fatto altro che dormire mentre apparivano queste visioni, e che questa messinscena futile e oziosa, altro non è che un lungo sogno”

La periferia

Un cliché piuttosto comune nella letteratura francese del diciannovesimo secolo è rappresentato dal giovane ragazzo di periferia che ambisce con le tutte le sue forze a diventare un cosmopolita uomo di mondo.

Il ragazzo in questione è sempre un po’ insoddisfatto, arrivista, e di certo desidera celare le sue radici campagnole. Il suo unico obiettivo sono le grandi luci della città. Non a caso, Parigi è detta la Ville Lumiere, l’urbe dalle mille luci.

Il ragazzo in questione di solito cerca di passare per ciò che non è. Inizia con l’indebitarsi per poi sprofondare nell’inevitabile tragedia. Questo accade nei romanzi di Honoré de Balzac, ma accade soprattutto alla povera Madame Bovary di Flaubert, incapace in tutto e per tutto di accettare una noiosa vita di paese corredata dal suo noiosissimo matrimonio.

Sembra quasi che questi scrittori vogliano ricordarci quanto sia impossibile diventare cittadini se si nasce provinciali.

Provinciale, poi, come aggettivo in italiano, ha anche una connotazione piuttosto negativa, indica qualcuno di vedute decisamente ristrette.

Ecco allora che di nuovo la città, rispetto alla periferia si impone come una macchina che può regalare il successo e la scalata sociale, oppure può rimanere una chimera inarrivabile. In effetti, parlando dei giorni nostri vi sfido a trovare un appartamento in affitto a Milano ad un prezzo umano.

Eppure, la città ci attira sempre, ci appare come luogo di fermento in cui spesso proiettiamo ciò che vorremmo essere. Di questo potete chiedere conferma a qualsiasi studente di provincia che affronta il suo primo giorno di scuola superiore in centro.

La città è magnetica. La lingua inglese ha addirittura una locuzione specifica per descrivere il dandy cittadino, il maestro della vita sociale sempre sulla cresta dell’onda: man-about-town, dov’è la parola town non è certo messa a caso.

Chiarito il ruolo della grande capitale nel nostro immaginario, che cosa resta dunque alla periferia?

Dopo la Seconda Guerra Mondiale, come tutti sanno, gli Stati Uniti ci hanno inondati di dollari e questo ha fatto sì che il boom economico riempisse di cemento le nostre periferie, prima così rurali.

Alle Golosine, al bivio fra Stradone Santa Lucia e via Roveggia (cioè dove sono cresciuto), c’era un vecchio Bar Sport, allora detto “Osteria”, dal quale si potevano guardare le pecore che placidamente brucavano la campagna circostante.

Ma il libero mercato non perdona, e così sono sorte periferie anonime, esplose in maniera troppo rapida oltre la circonvallazione. Sembrano adolescenti cresciute troppo in fretta, senza ancora un’identità precisa.

Periferie che boccheggiano, prive di aree verdi, costellate di esercizi commerciali che arrancano per stare al passo con l’innovazione.

Periferie nelle quali, tra un capannone industriale e i fogli di amianto, io vedo ancora qualcosa di genuino, forse per il fascino che esercitano su di noi i luoghi abbandonati e in rovina.

Restano scheletri di locali, discoteche, ristoranti, che dopo un certo successo negli anni ’90, si sono arresi e hanno agonizzato fino a qualche giorno fa.

Le erbacce spaccano pian piano l’asfalto, ridono delle saracinesche arrugginite e dei cartelli su cui sta scritto “Affittasi”.

La trasferta


La parola trasferta deriva dal latino trans-fero che significa “andare oltre”, “andare al di là di qualcosa”. Tuttavia fero possiede anche svariati altri significati tra cui quello di “sopportare”
-e quanti viaggi in effetti possono diventare un calvario- 
ma può anche assumere il significato di “raccontare”, o “tramandare” specialmente qualcosa di epico.

Proprio in questo sta l’essenza della trasferta: portiamo noi stessi altrove per poi portare a casa qualcosa da raccontare.

Il grande compositore Wolfgang Amadeus Mozart ha passato una buona fetta della sua vita viaggiando, per portare il suo talento prodigioso in giro per le corti europee. In molti si sono domandati quando egli trovasse il tempo per comporre i suoi capolavori. La risposta probabilmente è una sola: la musica fluiva nella sua testa nel silenzio delle sue lunghissime trasferte in carrozza.

Viaggiare ci offre tempo per pensare, ci offre tempo per la creatività; in effetti, il mondo come lo conosciamo oggi è frutto di una gigantesca trasferta durata millenni: come racconta lo storico Felipe Fernandez Armesto in un memorabile libro sulle esplorazioni geografiche, l’homo sapiens ha passato la maggior parte della sua breve esistenza a prendere direzioni diverse e inaspettate a partire dalla culla della vita, in Africa.

Forse gioverà qui ricordare ai razzisti del nuovo millennio che noi umani siamo tutti figli di uno stesso ceppo originario, diffusosi proprio a partire dal grande continente africano.

E così, i nostri progenitori dopo essersi separati e aver colonizzato quasi tutte le terre emerse, hanno passato il resto del loro tempo a organizzare grandi esplorazioni geografiche, o trasferte in grande stile se vogliamo, nel tentativo di ricongiungersi, dimenticandosi che il loro DNA era praticamente identico.

L’altro punto su cui si sofferma lo storico è che anche agli albori dell’umanità un oggetto assumeva tanto valore quanto era lunga la strada che aveva percorso per arrivare fra le mani dell’acquirente. I chilometri percorsi insomma nobilitano gli oggetti, e nobilitano un po’ anche noi.

Come ci insegnano i pellegrini che da Canterbury andavano a Gerusalemme, la trasferta deve avere un qualche obiettivo, spirituale o assai più pratico.

Infatti, tornando al magico mondo del bar sport, evidentemente la trasferta si organizza per inseguire qualche vittoria sportiva, con la squadretta locale su improbabili pulmini, oppure come tifosi alla ricerca del gol del vantaggio in zona Cesarini.

E a quel punto, al bancone, le ipotesi sono due: bere per festeggiare la vittoria, oppure bere per dimenticare la sconfitta dei propri beniamini.

A livello sportivo si sa che la trasferta più celebre fu quella della nazionale italiana per partecipare al mondiale del 1950: i giocatori, terrorizzati dalla recente tragedia di Superga pretesero di recarsi in Brasile a giocare via nave. 

Il ponte era ampio e la possibilità di allenarsi a bordo non mancava; se non che, nel giro di alcune ore, tutti i palloni finirono inesorabilmente fra le onde dell’oceano.

-Se state pensando al compianto Wilson del film Cast Away significa che avete ancora un cuore-

Inutile dire che dopo quel terribile mondiale e quella terribile traversata i giocatori nostrani animati da un nuovo leonino coraggio, scelsero chiaramente di tornare in patria in aereo.

Il resto l’ho sperperato


Bar Sport in Italia significa senza ombra di dubbio calcio.
Lo sport in Italia significa senza ombra di dubbio calcio.
Mi spiace per nuotatori, ciclisti, rugbisti, pallavolisti, tiratori di scherma, fuoriclasse del curling su ghiaccio: sarete sempre in secondo piano.
E la colpa non è vostra… ma dei gusti del pubblico.

Intendiamoci, c’è qualcosa di leggendario in undici uomini che si sfidano a pallone in edifici che nell’anima sono arene di antica memoria. Il boato di migliaia di persone che si sente al fischio d’inizio qualche brivido lo regala sempre, anzi, credo sia molto simile all’esplosione della folla quando una rockstar sale sul palco, imbraccia la fender e dice “Good evening everyone”.

Intrattenimento in Italia significa senza ombra di dubbio calcio.
C’è una massima che dice “Se non ti occupi della politica, la politica si occuperà di te”, come a ricordarci che interessarsi alla vita pubblica è un dovere civico.
Ecco, nel nostro paese a me sembra altrettanto vero che se non ti occupi del calcio, il calcio si occuperà di te, nel senso che se il pallone fra i pali non ti dice granché, pagherai lo scotto di una certa esclusione sociale.

Alle elementari, essere esclusi dal mercato delle figurine Panini, in effetti era un po’ triste.
Per non parlare poi dei compagni che venivano vestiti con la tuta in acetato (Dio perdoni gli anni ’90) con lo stemma sul petto della locale squadretta paesana.
Calcio fino a un certo livello, infatti, significa più che altro inzaccherarsi fino ai capelli la domenica mattina.

Insomma, calcio in Italia significa che può anche non fregartene di meno del pallone, eppure ricordi perfettamente dove stavi guardando la finale Italia-Francia del 2006, e a quale fidanzatina del liceo eri abbracciato. Patriottismo in Italia significa senza ombra di dubbio calcio.

In Italia ad esempio non puoi fare l’insegnante senza padroneggiare l’abc del campionato, perché a seconda dei risultati della domenica puoi prevedere con che facce si presenteranno a scuola gli alunni il lunedì;
poi, fatte due chiacchiere su quel rigore non dato e su quanto la squadra x meritasse davvero di vincere, allora puoi sperare di avere qualche minuto di attenzione (non di più, per carità).
Se le energie profuse nei raffinati calcoli del Fantacalcio fossero utilizzate per memorizzare la Divina Commedia… ma in fondo, va bene così.

Il mondo del pallone poi al Bar Sport ha delle regole non scritte fondamentali:
1- Occorre parteggiare per Messi o per Cristiano Ronaldo, non si può non prendere posizione; (attualizzazione della sfida Maradona-Pelé)
2- La Juve fa sempre schifo, a prescindere (ladri, Moggi e Calciopoli e via dicendo)
3- Un’inter come quella di Mourinho, non la rivedremo mai più
4- Ibrahimovic ha fatto un altro gol di rovesciata?

In conclusione, chi è il Pantani del calcio, idolo indiscusso che mette d’accordo tutti al Bar Sport? Beh, senza dubbio è George Best, il leggendario calciatore prodigio, finito male tra le spire dell’alcolismo, a cui si deve la frase “Ho speso gran parte dei miei soldi per alcool, donne e macchine veloci, il resto l’ho sperperato

A carte scoperte

Aleksej Ivanovic, il celebre ludopatico protagonista de “Il giocatore” di Dostoevskij, delega alla roulette la sua stessa vita.
Incapace di prendere decisioni, eroso da una passione malata per la giovane Polina, Aleksej vede nel gioco d’azzardo la sua autodistruzione e allo stesso tempo la sua unica possibilità di redenzione.

Il circolo vizioso è evidente, e lo stesso Dostoevskij scrisse questo romanzo magistrale in appena 28 giorni. Doveva consegnarlo in fretta al suo editore perché, manco a dirlo, stava sprofondando nei suoi debiti di gioco.

La verità è che la regina di picche ci impiega poco o nulla a tagliare la testa a qualsiasi giocatore, e la brama di rilanciare la posta, manche dopo manche, è dietro l’angolo anche per l’uomo più parco.

Proprio per esorcizzare questo terribile pericolo, il Dio delle Basse ha donato agli avventori del Bar Sport l’innocuo gioco della briscola.

-inocuo si fa per dire, perché non stento a immaginare risse generate da un Tre di Denari messo giù al momento sbagliato-
 
In effetti, nel magico mondo del local internet, cioè quella parte della rete che fa riferimento a situazioni squisitamente regionali, il video di alcuni anziani che giocando a briscola sbagliando alcuni conti è oggetto di culto.

Se chiedete a qualsiasi Veneto quanto fa “15 + 18” lui risponderà senza esitazione “36”.

Che dire poi del linguaggio magico della briscola in 4, giocata a coppie? Le carte dal Negro oppure le Trevigiane fremono in mano agli sfidanti, che però tramite certosini calcoli e codici segreti devono stabilire quando giocarsi il tutto e per tutto.

Perché in fin dei conti il nostro modo di gettare le carte sul tavolo rivela molto della nostra personalità. C’è il Kamikaze, che si gioca briscole e carichi nell’arco delle prime tre mani, e c’è l’Attendista, che osserva la scena da dietro le quinte per cercare di superare il fantomatico 60 nell’ultima giocata.

D’altronde, guardando a ritroso le nostre vite, ci rendiamo conto di quanto ciò che siamo sia il frutto di una serie di scelte che in tempi non sospetti ci sembravano del tutto insignificanti. Ma per un punto si può perdere la cappa come Martin, che desiderava tanto indossare un giorno il mantello (la cappa appunto) dell’Abate.

Ecco allora che gli assi della briscola ci raccontano grandi verità filosofiche: Martin ci ammonisce dall’asso di coppe;

“Se ti perdi tuo danno” ci dice invece l’asso di bastoni invitandoci a riflettere sulle nostre responsabilità

-e chissà quanti frequentatori del bar sport, inebetiti dai fumi dell’alcol, hanno perso la via di casa-

L’asso di denari ci rammenta quanto sia inutile e controproducente conoscere il futuro se la jella ci aspetta al varco: “Non val sapere a chi ha fortuna contra”.

Insomma, come insegnano i più valenti filosofi del bancone, tra un bicchiere e l’altro tanto vale vivere alla giornata.

Bar Sport, Capitolo Terzo: Marco Pantani dalla vasca da bagno alle Alpi.


Mia nonna mi raccontava: “Una volta Bartali è passato qui in campagna e la maestra ha portato tutti noi bambini sul ciglio della strada a vedere la corsa e fare il tifo”

C’è qualcosa di magico nell’idea di spingere due ruote solo con la forza delle gambe, soprattutto quando si macinano abbastanza chilometri da far impallidire anche il marciatore più allenato.

Quando si è in salita poi, e ogni pedalata è una pugnalata e si boccheggia prossimi al traguardo (ovvero la birretta nel locale bar sport), quando si arranca in salita e i motociclisti ti sorpassano in maniera anche un po’ stizzita, è impossibile non pensare “Facile andar su, con un motore sotto il culo”.

Al bar sport, quando arriva maggio, il calcio inizia a languire e nella tv gracchiante a tubo catodico sopra il bancone iniziano a scorrere le interminabili tappe del Giro d’Italia prima e del Tour de France poi.

Il Belpaese ha un rapporto un po’ ambivalente col ciclismo. Al Bar sport si amavano più che altro i grandi campioni che lo sport in sé. Eppure, tempo addietro non era così: fino alla metà del Novecento lo sport più amato era nettamente il ciclismo, anche perché in quei tempi di strade bianche, la bicicletta era la quotidianità per la maggior parte degli Italiani.

Poi il calcio si impose, anche con qualche complicità del Regime, che preferiva gli sport di squadra agli sport individuali, per creare nella gioventù un certo spirito nazionalistico, o per meglio dire “squadrista”.

Poi chiaro, anche il ciclismo è uno sport di squadra -e quando stai in scia finalmente te ne accorgi- ma quello che taglia il traguardo è uno solo: di solito si fa il tifo per il singolo corridore, a prescindere dalla squadra per cui corre, relegando i pur valenti gregari ingiustamente nell’oblio.

Bartali era particolarmente amato al bancone per un celebre suo insulto pronunciato all’indirizzo di un Fausto Coppi prossimo ad arrendersi in salita: “Coppi, sei proprio un acquaiolo”, gli disse con quel suo accento toscano, che significa non sei neanche abbastanza uomo da bere il vino.

Al Bar Sport, quando proprio erano terminati tutti i pretesti per litigare, si poteva sempre ritirar fuori la storia di chi avesse passato la borraccia a chi fra Coppi e Bartali; si poteva sempre sparare a zero sul ciclismo perché tanto sono tutti dopati; si poteva esprimere tutto l’odio del mondo per i ciclisti che la domenica pedalavano l’uno in fianco all’altro; ma in mezzo a queste baruffe tra allenatori e direttori sportivi dozzinali, solo un atleta metteva d’accordo tutti: Marco Pantani, che in ogni caso non doveva morire, e in ogni caso era stato squalificato ingiustamente.

Pantani, che da ragazzino lavava la bicicletta nella vasca da bagno, ultimo eroe in grado di vincere Giro e Tour nella stessa annata, era stato protagonista di un’impresa omerica e impossibile ai nostri tempi di ciclismo scientifico e biciclette sviluppate nelle gallerie del vento come auto di formula-uno.

Impresa titanica la doppietta del 1998, quando solo tre anni prima si era troncato di netto tibia e perone per una macchina inspiegabilmente venuta su in contromano alla Milano Torino.

Fa quasi rabbrividire il ciclismo senza caschetti di quegli anni; d’altronde sappiamo tutti che con la bandana coperta dal casco, Marco non sarebbe mai diventato nell’immaginario collettivo, il Pirata.

Che controsenso questo soprannome, ho sempre pensato: in fondo i pirati sono uomini di mare mentre lui, leggero come una piuma, è stato prima di tutto l’uomo delle cime innevate, scalatore invitto e perduto per sempre, purtroppo.

Perché alla fine, bella la pianura e le tappe a cronometro, ma il vero campione che ti fa alzare in piedi è il signore della montagna, quello che riesce a domare la forza di gravità e alza le mani al cielo dopo l’agonia infinita e verticale dei passi alpini.