Thinking of.

Lessi questo libro che ero all’università. Era la fine di dicembre, e lo buttai giù tutto d’un fiato una notte, seduto in cucina, mentre la mia famiglia dormiva.
Lo stesso anno comprai rapido in stazione le Cinque storie ferraresi, perché all’epoca si leggeva ancora in treno andando a Padova.
Non ho mai smesso di pensare a lei, da allora.

E comunque il tono drammatico delle mamme, che sciagura.

Oggi ho parlato del tema del mare nei Malavoglia, e poi del mare del vecchio Santiago, e poi del mare del capitano Achab e di Ismael, e sono tre mari diversi ma uguali.
Parlerò del mare di Montale, tra poco.

Per tornare al giardino, quando ero bambino, d’estate mia madre spediva me e mia sorella in montagna a fare un po’ di vita campestre e io giocavo tutto il giorno con mia cugina, non volevo dormire e mangiavo lamponi selvatici. Lei racchiude tutte queste sensazioni. 

[…] prima di toccare terra, le mancò un appoggio e scivolò. Cadde in piedi. Ma si era fatta male alle dita di una mano. Inoltre, strusciando contro il muro, il vestito di tela rosa, da mare, le si era sdrucito leggermente sotto un’ascella.
«Che stupida» brontolò, portando la mano alla bocca e soffiandoci sopra. «È la
prima volta che mi succede.»
Si era anche sbucciata un ginocchio. Tirò su un lembo del vestito fino a scoprire la coscia stranamente bianca e forte, già da donna, e si chinò a esaminare l’abrasione. Due lunghe ciocche bionde, di quelle più chiare, sfuggite al cerchietto di cui si serviva per tenere a posto i capelli, ricaddero in giù, a nasconderle la fronte e gli occhi.
«Che stupida» ripeté.
«Ci vuole dell’alcool» dissi io meccanicamente, senza avvicinarmi, nel tono un po’ lamentoso che adoperavamo tutti, in famiglia, in circostanze del genere.
«Macché alcool.»
Leccò rapida la ferita: una specie di piccolo bacio affettuoso; e subito si drizzò.
«Vieni» disse, tutta rossa e scarmigliata.

G. Bassani, “Il giardino dei Finzi-Contini”

Time to fall asleep.

So, good night unto you all.
Give me your hands, if we be friends,
And Robin shall restore amends.

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Merry Christmas Mr. Hemingway.

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C’è un libro che mi piace particolarmente, Canone Inverso di Paolo Maurensig, che inizia con la descrizione di una memorabile esecuzione della Chaconne di J. S. Bach: il violinista entra in una rumorosa stamberga di Vienna, ha l’aria trasandata dell’artista di strada, e soprattutto imbraccia lo strumento per rispondere ad una sfida. L’uditorio rimane senza parole, la musica esce dalle sue mani cristallina e appassionata.

Spesso mi sono chiesto quanto impieghi l’ultima nota di un brano musicale a spegnersi del tutto. Non solo fisicamente, ma come vibrazione emotiva. Chi può dirlo?
Mi sembrò che nessuno osasse applaudire, che quella musica ci avesse tolto ogni volontà. Era stato un momento in cui il mondo s’era arrestato sul suo asse, e non c’era da stupirsi se ora stentava a rimettersi in moto. Certo è che l’intervallo di tempo che intercorse tra l’ultima nota della sua impeccabile esecuzione e il primo battito di mani (il mio), che si moltiplicò subito in un applauso appassionato, mi sembrò senza fine.
                                                                                                   P. Maurensig, Canone inverso, p. 23.

Ieri era la Vigilia di Natale, io mi sentivo esuberante, le gambe mi frullavano bene sulla bicicletta. Dovevo raggiungere amici vari per aperitivi, familiari vari per cene, altri amici per feste. E così mi sono ritrovato in Lungadige San Giorgio, che è un luogo davvero suggestivo, non fosse per un nefando albero di Natale rotante super kitsch. Fortunatamente era quasi sera e buona parte della gente stava tornando a casa. Nella tasca interna della giacca avevo Fiesta (The Sun Also Rises) del buon vecchio Ernest, autore che ultimamente sto leggendo con particolare voluttà.

Mi piace avere sempre qualcosa da leggere a portata, perché se c’è una cosa che ho imparato da Hemingway è che non bisogna mai farsi cogliere impreparati. Questo non significa affatto perdere il gusto dell’improvvisazione: I can’t stand it to think my life is going so fast and I’m not really living it (E. Hemingway, Fiesta, p. 12).

E così ho cercato di guardarmi attorno, di cogliere quanto si poteva cogliere, col fiume senza forza che mi scorreva sotto i piedi. Ma quando sono tornato alla bicicletta ho sentito che la musica non era ancora finita, che non era ancora il momento di armeggiare goffamente con la catena, salire in sella e andare. Mi sono ritrovato in quel lasso che separa l’ultima nota della Chaconne dall’applauso. Così mi sono appoggiato alla balaustra e ho letto sotto la luce del lampione, ho letto finché il calore residuo dalla pedalata non se n’è andato del tutto dal mio corpo, finché le mani non riuscivano più a voltare le pagine.

Per non saper né leggere né scrivere, poi, ho dato una sbirciata ad un articolo del Nostro, scritto quando faceva il corrispondente per il Toronto Star, Christmas on the roof of the world. Ho provato invidia per quest’uomo, trovatosi affamato a dover fare da spola fra il Nuovo Mondo da cui proveniva ed il Vecchio di cui si è innamorato alla follia. Parte di questo articolo si intitola Christmas in Paris, e scusate la monotonia ma inizia così:

Paris with the snow falling. Paris with the big charcoal braziers outside the cafes, glowing red. At the cafe tables, men huddled, their coat collars turned up, while they finger glasses of grog Americain and the newsboys shout the evening papers.

Come diavolo si fa a scrivere così? Con i primi due verbi al participio che non sono azioni, sono caleidoscopi di immagini.
Ora la vedo la città, chiara nei suoi profili, sento il calore dei bracieri.

È il momento di slegare la bici, che devo andare. E quando si pedala, non resta mai tempo per farsi delle domande.

PS
Buon Natale.
Ciò che si vede nella foto è ciò che si vede dalla finestra della mia camera da letto.

Vado a Parigi con la quinta B, leggo Baudelaire alla quinta B.

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Sì, ok il programma di quinta prevede che si continui con Verga, il ciclo dei Vinti, Rosso Malpelo et cetera.

Ma io questi figli la settimana prossima li porto a Parigi.

“Ragazzi andate avanti di un centinaio di pagine”
E così oggi ho fatto la mia prima lezione su Charles Baudelaire. Abbiamo letto, ovviamente, Spleen, e forse ci siamo sentiti i ragni orrendi zampettarci nelle cervella.

Baudelaire lo lessi per la prima volta in seconda superiore, quando credevo che la letteratura non avrebbe occupato alcun posto di rilievo nella mia vita.
Me ne procurai un’edizione vetusta e ingiallita dalla biblioteca dell’Istituto magistrale, che non aveva nemmeno il testo originale francese; dimenticai di restituirla e la resi alcuni anni dopo con sincero imbarazzo.

Spiegare Baudelaire è difficilissimo, come è difficilissimo spiegare qualsiasi autore per cui si prova un autentico trasporto.
La stessa ansia da prestazione mi ha invaso confrontandomi per la prima volta con l’Infinito, per la serie: “Ok, devo soltanto essere all’altezza della poesia zenit della lirica italiana”

Spiegare la poesia è pericoloso, perché spiegarla è pressappoco il contrario di viverla. D’altronde ricordiamoci sempre che, come recita un detto mordace e veritiero, chi non sa fare, insegna.
Il fatto è che le parole non sono importanti, per parafrasare Nanni Moretti, le definirei piuttosto ingombranti. Ho sempre paura di rovinare tutto, di suonare irrimediabilmente scolastico, di derubricare la grandezza di alcuni scrittori con l’aridità dei miei sproloqui. Ricordo con orrore un professore al primo anno di lettere che ci spiegava Ossi di Seppia, e quando ci leggeva Montale con quella sua vociaccia aspra e senza intonazione era una tragedia. Inoltre, cercare di penetrare in ogni anfratto delle opere d’arte dà un senso di nausea: se volete odiare una canzone che vi piace, suonatela con la vostra band.

Non saprei dire come sia andata la lezione su Baudelaire. So che abbiamo dovuto leggerla in traduzione, anche se non ho resistito dal leggerla in francese alla fine dell’ora.

Mi torna alla mente un aforisma di Robert Frost, che trovo sia la necessaria conclusione a questi pensieri sparsi che ho appena scritto:
I could define poetry this way: it is that which is lost out of both prose and verse in translation.

PS: il 23 novembre compio ventotto anni e sarò nella ville lumière con la mia classe. Dati i recenti accadimenti, credo sia giusto così.

 

 

 

Milton è un dio in inglese

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L’altra sera sono stato al cinema, a vedere “Una questione privata”, film tratto dal romanzo di Fenoglio. Con Beppe ho un rapporto strano, “Il partigiano Johnny” credo di averlo iniziato e abbandonato almeno 5 volte. Sono libri, i suoi, viscerali, screziati continuamente d’inglese, e l’eroismo che spesso cerco nei romanzi non è esattamente sotto gli occhi del lettore.

Il Partigiano Johnny, inoltre, mi fa sentire indiscreto e mentre lo leggo provo un senso di intimità violata: Fenoglio non l’ha mai portato a termine. Il titolo non l’ha scelto lui, bensì i suoi editori. Insomma, il libro che leggiamo in realtà non è che una crisalide del testo che lui progettava;
-nel mio piccolo, l’idea che gli abbozzi di quello che scrivo vadano pubblicati senza il mio controllo mi riempie di imbarazzo e di smarrimento; non riesco nemmeno ad immaginare come potrebbe vivere un sopruso del genere uno scrittore di professione. Ho dato un nome a questo disagio, lo chiamo il pudore della brutta copia-

Per Una questione Privata sono andato alla proiezione delle 22:00; è stato difficile non addormentarmi. Ho tanto di quel sonno arretrato che ogni tanto mi sembra di impazzire.
I prodotti culturali sulla Resistenza mi fanno sempre sentire un inetto. Tornando a casa in bici col freddo che mi spaccava le labbra pensavo che l’intensità della propria vita è direttamente proporzionale alla possibilità di perderla da un momento all’altro. E allora ho riletto il libro e mi sono sentito rassicurato e meno solo sapendo che qualcuno prima di me ha già descritto alla perfezione questi miei pensieri sparsi:

Arrivò sotto il portichetto.
«Fulvia, Fulvia, amore mio».
Davanti alla porta di lei gli sembrava di non dirlo al vento, per la prima volta in tanti mesi.
«Sono sempre lo stesso, Fulvia. Ho fatto tanto, ho camminato tanto… Sono scappato e ho inseguito. Mi sono sentito vivo come mai e mi sono visto morto. Ho riso e ho pianto. Ho ucciso un uomo, a caldo. Ne ho visti uccidere, a freddo, moltissimi. Ma io sono sempre lo stesso»¹.

Di conseguenza, rivedo i miei giorni e a volte li ritrovo allungati come un cattivo caffè. Ho trovato la pellicola talmente nebbiosa ed esistenziale che mi è rimasto addosso quel senso di ispirazione inquieta che solo i buoni film regalano.

La protagonista femminile, Fulvia, è stupenda, il tipo di ragazza per cui sarebbe valsa la pena tornare vivi dalla guerra contro gli scarafaggi neri:

Milton si premette le mani sul viso e in quel buio cercò di rivedere gli occhi di Fulvia. Alla fine abbassò le mani e sospirò, esausto dallo sforzo e dalla paura di non ricordarli. Erano di un caldo nocciola, pagliettati d’oro¹.

Io a questo punto non riesco a non pensare ad un’altra frase femminile, meravigliosa e affusolata al limite del sopportabile, una dichiarazione di poetica che pronuncia una ragazza nel Partigiano Johnny:

Se non fossi una donna, vorrei essere una donna. E ancora una donna. E poi ancora una donna. Ma se non potessi vorrei essere un airone².

Il protagonista maschile è frusto e carsico, ma non così brutto come viene descritto nel libro. In effetti Fulvia gli dice:

«Resta dove sei. Appoggiati al tronco del ciliegio. Così». Poi guardando il sole disse «Sei brutto». Milton assentì con gli occhi e lei riprese «Hai gli occhi stupendi, la bocca bella, una bellissima mano, ma complessivamente sei brutto». Girò impercettibilmente la testa verso di lui e disse: «Ma non sei poi così brutto. Come fanno a dire che sei brutto? Lo dicono senza… senza riflettere»³

Credo che per oggi non scriverò altro. Non commenterò ulteriormente le parole degli altri, che comunque sono più che sufficienti. Andare oltre la sufficienza con le parole, d’altronde, è il mestiere degli scrittori.

Io comunque amo le donne, e ancora di più l’airone che è in loro.

 

 

1- B. Fenoglio, Una questione privata, I ventitre giorni della città di Alba, Torino Einaudi 1990, p. 6.
2- B. Fenoglio, Il partigiano Johnny, Torino Einaudi 1978, 1994 e 2005, p. 16.
3- B. Fenoglio, Una questione privata, I ventitre giorni della città di Alba, Torino Einaudi 1990, p. 3.

 

Elogio delle case e del legno (Yellow cocktail music).

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Non so voi ma io passo le mattine del fine settimana a pulire la casa, lavare piatti della sera precedente, e, se mi sento particolarmente in forma vado addirittura in posta a pagare le bollette.
Lavo i piatti perché mi piace fare le cene a casa mia ma non ho una lavastoviglie.
In questa stagione mi piace accendere il camino, scrivere canzoni.

Stranamente mettere in ordine e pulire mi piace e mi rilassa, a casa mia. Perché è un posto mio,
-cioè, della proprietaria cui verso un affitto-
e come tale ne comprendo il valore.

Devo ammettere una brutta cosa: ho iniziato a prestare molta più attenzione a dove legavo la bicicletta da quando ho iniziato a comprare autonomamente i miei mezzi di trasporto. Voglio bene alla mia bicicletta, con lei ho raggiunto luoghi variopinti, persone che hanno cose da dire. Me la sono portata in Francia, fra mille peripezie. È un mezzo di trasporto nel senso che provo del trasporto per lei.

Il silenzio della casa a volte è vischioso, mi spaventa un po’, anche perché nel silenzio ognuno sente quello che vuole:
io a volte ci sento il suono di feste jazz interminabili e fantasmagoriche* come quelle piene di yellow cocktail music descritte da F. S. Fitzgerald:

The lights grow brighter as the earth lurches away from the sun, and now the orchestra is playing yellow cocktail music, and the opera of voices pitches a key higher.
(The Great Gatsby)

*queste feste sono piene di ragazze che profumano d’aprile, d’erba tagliata di fresco, di poesie di Prevert.

… a volte la musica se ne va e mi investono ondate di angoscia che prendono la forma di molle troppo a lungo compresse in una scatola.
È giusto che ci sia anche questo.

Anyway, in casa mia c’è troppo legno per non starci bene. Puoi appenderti alle travi. Quando mi sveglio guardo i nodi del legno sul soffitto e cerco le facce. Stamattina credo di aver visto il muso di una volpe. E poi c’è quella cosa per cui chiedi un litro di latte al vicino e poi glielo ricompri con un paio di cioccolatini per il disturbo e lui ti dice ma dai non dovevi.

A questo punto devo prendere in prestito le parole degli Uochi Toki, Artisti rap-noise con la A maiuscola:

[…] perché io amo le case.
Ho amato molte più case che ragazze.
Mi piacciono i rapporti abitativi lunghi, ed anche le case da una sera soltanto.
Con alcune finiva male quando me ne dovevo andare o quando invece le ho abbandonate.
Altre invece sono state il mio castello, la mia base spaziale.
Me le sogno di notte e questo mi aiuta a ricordare.
La mia casa attuale è la migliore.
Non so per quanto ci potrò stare, ma so che sarà intenso.
Per quante altre case io possa vedere in giro e sbalordisco è qui che torno a dormire; è qui che abito e sto scrivendo adesso.
(I mangiatori di patate da Libro Audio, Uochi Toki, 2008)

Anch’io amo le case, in particolare quelle in cui ho dormito casualmente dopo una festa
-quando ti risvegli e daresti la tua vita per uno spazzolino da denti-,
mi piacciono le case in cui ho occasionalmente dormito rannicchiato su un divano.

Oggi sfogliavo Il cimitero di Praga, romanzo che ho particolarmente amato di Umberto Eco; accanto al titolo ho trovato una mia annotazione: London, Sidcup, 2010.
Quel libro me lo sono portato a Londra la prima volta che l’ho visitata. Era dicembre, avevo iniziato a leggere tutto compresso su un asfissiante sedile Ryanair. Ci ospitava un’amica in una banale casa britannica da studenti. Leggevo rannicchiato sul divano, di notte, se non riuscivo a dormire, accanto a un caminetto spento.
Sembrerà incredibile, ma ho amato quella casa, un po’ la amo ancora.

Annotate, qualche volta, le situazioni in cui state leggendo.

 

 

 

 

8 e 1/2, Fellini e me.

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Federico Fellini ha fatto un film.
Il film si chiama 8 e 1/2, ottoemmezzo;
già di per sé il titolo non si sa bene come scriverlo.

(Sapete che fino agli anni ’20-’30 in Italia la parola “film” era femminile? Probabilmente perché “film” era avvertito come traduzione di “pellicola”. L’ho scoperto ascoltando un wikimusic di Radio 3 su Pietro Mascagni, compositore pioniere delle musiche del(la) film “Rapsodia satanica”: nelle sue lettere Mascagni scrive più volte opinioni su “la film” a cui sta lavorando duramente, con il cronometro alla mano, con i bpm che devono coprire esattamente il minutaggio, in un’epoca in cui mettere insieme un lungometraggio era un’impresa di alta sartoria)
-e io mi innamoro di questo mondo senza digitale, mi innamoro di questa archeologia della lingua italiana che non sa se la nuova invenzione sia maschile o femminile, mi innamoro del ritardo ancillare dell’italiano sulle cose nuove-

8 e 1/2 l’ho visto molti anni fa per la prima volta, ed esclusivamente perché un amico mi disse che era il suo film preferito. Io provo un subitaneo interesse per qualunque cosa che è la preferita di qualcuno. Se hai messo al primo posto un film o un libro, un motivo ci sarà.

Il film inizia in stile III movimento della Prima sinfonia di Mahler, con un incedere di timpani che accompagnano una sorta di attacco di panico onirico: il protagonista è rinchiuso in un’auto in mezzo ad un ingorgo stradale. Cerca disperatamente di scappare; le persone attorno a lui lo guardano immobili; batte i pugni sui finestrini, lo stridore che fanno i suoi polpastrelli contro i vetri è straziante.

E così si scopre che il Nostro, tal Guido Anselmi, interpretato meravigliosamente da Marcello Mastroianni non è altro che un regista che non riesce più a trovare qualcosa da dire. Si trova in una specie di casa di cura, circondato da gente strana. Sembra una versione più pittoresca de La Montagna Incantata in certi momenti. C’è un’orchestra di schizofrenici che saltano da Wagner a Rossini senza soluzione di continuità. Come non bastasse, il regista confuso è assillato da tutti. Mi ha colpito particolarmente il consulente alla sceneggiatura che gli rimprovera la mancanza di un approccio “problematico” nel soggetto. In Francia all’università tutti non facevano altro che parlare di problématique de recherche, il faut problématiser
io non ho mai capito cosa fosse questa benedetta problématique e credo che nemmeno i francesi sappiano davvero cosa sia.

Mentre pensavo intensamente ad 8 e 1/2, stamattina ho avuto un colloquio super executive business rivolto alla high performace in output in un ufficio super smart in centro. Ho parlato con una tizia che diceva una parola inglese ogni quattro in italiano, per descrivere cose comprensibilissime. Per un momento mi sono sentito confuso e stanco quanto Guido Anselmi. Ho percepito il principio inverso rispetto a quello di cui sopra: questa volta sono le cose che sono rimaste immobili e il nostro modo di parlare ha accelerato in maniera sconclusionata e vacua, nel tentativo di darsi un tono.

8 e 1/2 per me è un numero decisamente importante. 8 e 1/2 come film mi rincuora, perché anche la paura di non avere più niente da dire può generare meraviglie.
Eppure, dopo 8 film e mezzo, arrivare al nono è risultato impossibile addirittura a Fellini.
Come se Beethoven avesse scritto metà Nona Sinfonia e non l’avesse finita. Ma tutti sanno che la Nona, senza il recitativo dei contrabbassi, perde tutta la sua forza.

 

Fango.

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Ho le mani fredde;
ho addosso un vecchio pile pescato in un cesto da supermercato, ho addosso ore di sonno sfuocate.

Hemingway aveva gioco facile a scrivere le “cose vere”. Se si annoiava poteva pur sempre andare a combattere nella guerra civile spagnola. Se vai a far saltare ponti per sconfiggere i franchisti, credo che la tua storia sia effettivamente degna di essere raccontata.
Io non ho nemici così enormi da combattere.
Di conseguenza, non ho nemmeno storie così importanti da raccontare.
Eppure, quando ho voglia di ricordarmi cosa significhi essere uomini, leggo sempre lo zio Ernest.

Ho un taglio profondo sullo zigomo, sabato ho avuto un incidente in bicicletta. La spalla mi fa male, ci metto dieci minuti ad infilarmi la camicia. Ogni commento è superfluo.

Ho parlato di Leone Ginzburg ai miei alunni. Siamo ancora alla Prima Guerra Mondiale, ma ci tenevo sapessero già che ci furono persone che a 24 anni insegnavano letteratura russa all’università e che non firmarono il giuramento di fedeltà al Fascismo.

Ho mostrato una foto di ragazze bellissime, con i addosso i loro vestiti migliori, che salutavano i fidanzati alla stazione di Vienna nel 1914, e gli uomini avevano occhi del tutto inconsapevoli che l’umanità stava terminando esattamente in quell’istante.

(Avete mai scattato una foto in cui c’è anche un orologio? Avete mai ingrandito la suddetta, zoom sulle lancette, per vedere esattamente che ore erano?)

Ho spiegato Flaubert, e ho detto loro che quando leggi Madame Bovary, il fango umido che resta attaccato alle ruote dei carri è descritto talmente bene che ne senti l’odore.

Buonanotte, les amis.