Maldestro e altre quisquilie

Afficher l'image d'origine

Ciao. Per chi non lo sapesse ora vivo a Grenoble. Per chi non lo sapesse oggi mi sono sorbito l’ennesima paternale. In francese. A me piace rielaborare le paternali che ricevo in maniera creativa. Così scrivo. In questo periodo sto scrivendo un mezzo giallo. Non è proprio un giallo, è più quel colore che hanno le banane acerbe.
Subire paternali e affini mi dà l’impressione di non farne una giusta; di non averne mai fatta una giusta. Ma se non ne fai mai una giusta a un certo punto ti ritrovi a sbagliare citofono e a salire a casa di qualcuno a ballare l’heavy samba. Dato che io non voglio correre questo rischio, scrivo. Perché scrivere mi ricorda che forse, qualcosa so fare. E non mi piace piangermi addosso. Quindi ecco, l’ennesima rielaborazione immaginaria-romanzesca in cui sono una specie di investigatore.
“Pescando dentro alle nostre miserie”.

P.s.
Gli asterischi *** nel testo non significano parolacce. Gli asterischi sono semplicemente i nomi dei personaggi che non riesco a dare (a parte Erika); Perché ho sempre avuto un sacro terrore della creazione. Dare nomi è una cosa che implica responsabilità, non a caso lo fanno solo i genitori coi loro figli.

Mi svegliai di soprassalto nel cuore della notte, ed ebbi subito l’impressione che ogni buona storia dovesse aver inizio nel cuore della notte.
Non a caso La metamorfosi di Franz Kafka inizia al mattino, mentre Praga è fredda e senza risposte. Le buone storie, quelle che riempiono di entusiasmo scomposto, devono cominciare di notte,
con le stelle che si arricciano spastiche come nei quadri di Van Gogh.
Meglio ancora con un bel temporale battente. Le buone storie, inoltre, sanno raccontarle solo i nonni e le madri, perché la narrazione è antica per sua stessa natura;
la narrazione è la radice della bellezza, perché la parola è una delle poche cose ci arroghiamo il diritto di creare. Il Dio della Bibbia (o chi per lui) quando decide di dare forma al mondo, non fa altro che pronunciare.
Anche l’Iliade e l’Odissea sono Storie con la S maiuscola. Questo me lo diceva sempre Erika, che non aveva dimenticato la bellezza della letteratura nonostante i professori che aveva avuto al Liceo classico. L’Iliade e l’Odissea contengono già tutte le storie del mondo, proprio come la musica di Bach contiene già tutte le musiche del mondo. In qualsiasi brano di Bach, ogni linea strumentale è già compiuta di per sé; non c’è il servilismo dell’accompagnamento a favore del solista; in un concerto per violino solo di Bach, i bassi potrebbero ribellarsi, e dal fondo dell’orchestra decidere di occupare il centro della scena. Funzionerebbe comunque. Ettore e Andromaca potrebbero ribellarsi dal fondo dell’Iliade e dar vita a una storia loro due soli. Funzionerebbe comunque. Una storia infatti è buona quando si regge in piedi da sé, di modo che anche un padre irlandese ubriaco possa raccontarla ai figli. Questo è l’unico motivo per cui Frank McCourt non riesce alla fine ad odiare suo padre. È anche il motivo per cui in fondo io non odio il mio. Ma questa è un’altra storia.

Così, quando mi risvegliai bruscamente con le ossa fredde, la bocca riarsa e l’animo madido di angosce, mi chiesi cosa diavolo fosse accaduto per strapparmi così bruscamente dal sonno. Anche se non era un buon sonno, avevo comunque l’impressione di riposare. Non importava il fatto che da tempo, ogni mattina mi risvegliassi a pezzi come un chitarrista disegnato da Braque. Quando riuscivo ad addormentarmi, una specie di nervosismo carsico mi afferrava le viscere e sbatteva di nuovo in prima linea; mi svegliavo con la mente più lucida e argentea di quella di uno scacchista alla finale del campionato del mondo. E a quel punto era finita; conveniva quasi di più alzarsi dal letto e cercare di fare qualcosa di produttivo. La mia mancanza di sonno mi impediva sempre più di distinguere chiaramente i contorni delle cose, come all’inizio di Fight club di Pamuk. Non mettevo più a fuoco nulla, tanto meno quello che stavo diventando. Ero trasportato quotidianamente da una corrente di chiacchiere, bisticci, dettagli insignificanti, conversazioni che non avevo voglia di ascoltare. A volte avevo davvero solo voglia di afferrare ragazzini sbadati in mezzo ai campi di segale. La cosa peggiore era che mi sentivo prigioniero di tutte le sgridate che mi ero preso da bambino e da ragazzo, e non erano poche. Senza scampo. Ero, in ordine sparso: maldestro, non mi impegnavo abbastanza nelle cose, avevo la testa fra le nuvole, ero disordinato e disorganizzato, lento, pigro, e, dulcis in fundo, non mi prendevo le mie responsabilità. A sentire la gente che mi ha cresciuto, sono il genere di persona con cui non volete avere niente a che fare. Improvvisamente mi sento come Bob Dylan quando cerca di recuperare uno strappo, e mi chiedo dove vadano tutti quanti, più veloci di me:

Well, I’m standin’ on the highway
Watchin’ my life roll by
Well, I’m standin’ on the highway
Tryin’ to bum a ride […]
Nobody seem to know me
Everybody pass me by […]
Wonderin’ where everybody went
Please mister, pick me up
I swear I ain’t gonna kill nobody’s kids

Ma anche questa è un’altra storia.
Tornando a quella notte di Novembre (incombeva fra l’altro il mio grigio compleanno) ero certo che fosse successo qualcosa; avevo le mani piene di elettricità e i piedi pieni di formicolii. E infatti fu a quel punto che il telefono di casa squillò, come una cornacchia irriverente. Chi mai poteva essere a quest’ora? Fra il primo ed il secondo squillo passò una mezza eternità, perché ebbi il tempo di accorgermi simultaneamente che:

1- Erika non era più nel letto accanto a me;
2- Pioveva;
3- Avevo finito il caffè in dispensa;
4- Bartali aveva passato la borraccia a Coppi e non viceversa;
5- Dovevo staccare definitivamente il telefono fisso da casa;

Chi mai poteva chiamare a quest’ora della notte?
Doveva trattarsi di un delitto. Magari un bel noir alla francese, elegante e ben cesellato. O piuttosto un bell’enigma della camera chiusa, stile Dieci piccoli indiani?
In mezzo a queste considerazioni da film giallo di serie B riuscii ad alzarmi dal letto, inciampai nella coperta che mi serrava la gamba destra nelle sue spire, cercai inutilmente la ciabatta sinistra; scalzo e avvilito, bofonchiai un “pronto” con la voce di un cormorano.
-***?
Riconobbi la voce di ***, alias il mio superiore.
-Che c’è? Sai che ore sono?
-Hai il cellulare staccato.
-Sì, tendo a non rispondere mentre dormo.
-Mando una macchina a prenderti.
-…?
-Venti minuti e scendi. Viene ***.
Inspirai profondamente tentando di non perdere la calma.
-Senti ***, punto primo tecnicamente è già domenica, punto secondo è il ponte dei Morti.
-Tanto domani non porti crisantemi al cimitero. Vèstiti.
La comunicazione si interruppe senza dar adito a repliche. Tornai in camera, mi lavai la faccia alla bell’e meglio. Mi infilai un maglione (storto), ripetei l’operazione imprecando. Guardai il lato del letto che qualche tempo prima accoglieva le curve longilinee di Erika. Non riuscivo a dormire al centro del letto, non riuscivo ad occupare il suo spazio, forse per opporre un’ultima resistenza alla fine della nostra relazione.
Mi chiesi con quale uomo migliore di me fosse Erika in quel momento.
Mi sedetti in cucina, guardai la pila di piatti da lavare; versai una lacrima di whisky su un cubetto di ghiaccio.
Avevo iniziato a farlo piuttosto regolarmente da quando Erika se n’era andata.

In ogni caso no, non mi drogo.

Io mi servo molte volte della formula in ogni caso, oppure della formula comunque sia, perché in questo modo mi sembra un po’ di scusarmi con chi mi legge. Scusarmi per tutte le cose che inserisco nel testo e non c’entrano niente. Ti parlo di dinosauri-cassiere da supermercato-Iphone ma tutto era partito da un foglio bianco sul tavolo della mia cucina che mi illumina d’ansia gli zigomi. Magari te ne eri anche dimenticato, che faccio lo sceneggiatore.
Il fatto è che il rapporto fra lettori e scrittori viene molto spesso sottovalutato. Si pensa sia univoco, unidirezionale, come il rapporto di Matteo Renzi con il Pd.
Io scrittore, evangelista di sottomarca, redaggo il sacro Verbo e tu lettore, leggi. Se non mi segui è un tuo problema.
Ecco, questo è un meccanismo che non capisco e che detesto. Quando leggo qualcosa di scritto male, qualcosa che non fluisce, mi viene proprio il nervoso.

Che poi, parlo proprio io.
Io che metto dappertutto le mie riflessioni da oracolo di quartiere senza far succedere assolutamente nulla.

Comunque sia, anche a causa di questo odio che nutro per la sacralità delle copertine Einaudi mi dedico alle sceneggiature. Certo, esse sono meno nobili della saggistica o della narrativa, ma almeno il pubblico le valuta immediatamente. Non ci si può nascondere dietro le ampollosità. L’attore pronuncia la battuta che ho deciso per lui e tutto avviene in pochi secondi. È una responsabilità enorme rispetto a quella dello scrittore di libri cartacei, che ha a disposizione il silenzio di un soggiorno, la luce soffusa di un’abat-jour, un lettore che gli dà fiducia e che se non resta soddisfatto tenderà ad incolpare sé stesso e la sua ignoranza piuttosto che insinuare che il grande autore di cui tutti parlano non sappia scrivere.
Ai tempi dell’università, per esempio, c’erano alcuni mostri sacri che francamente detestavo. Ma non l’avrei mai ammesso. Le ragazze più carine in corso con me si sarebbero scandalizzate per la mia ignoranza. Come se la bellezza non fosse fatta per godersela.
Avrei potuto dire la verità o fare lo splendido con le mie compagne di corso mentendo un poco. Inutile dire che ero assai più propenso a lavorare sulla seconda opzione.
Ora come ora, comunque, non c’è dubbio sul fatto che il mio sia un lavoro corpo a corpo rispetto a quello dello scrittore di libri cartacei. Io scrivo suoni. Infatti a volte mi sento un po’ un musicista. Più spesso mi sento un coglione. Ma questa è un’altra storia.

Nel tempo, mi sono accorto che un film davvero riuscito è tale quando riesce a dare allo spettatore l’impressione di non essere mai stato scritto. Quando riesce a dare l’impressione che esistesse già, di per sé, diciamo. Le scene per cinema e teatro che funzionano davvero non devono restituire al pubblico il senso di qualcosa che è stato stabilito. Anche se in realtà ogni dettaglio è stato curato meticolosamente. Una buona sceneggiatura spesso ha un carattere di inevitabilità. Mi viene in mente Michelangelo scultore quando diceva che le sue figure esistevano già, si trattava solo di liberarle dal marmo in cui erano imprigionate.
Beh, io faccio decisamente qualcosa di meno trascendentale, ecco.
Però, ogni tanto è veramente come se la scena fosse già scritta nell’inconscio collettivo. Il mio mestiere consiste nel tirarla fuori dalle nebbie del possibile, renderla lampante. Devo sempre riuscire a fare in modo che in quell’attimo l’attore non abbia scampo. Non potrebbe dire nient’altro che quello che ho scritto.
O meglio ancora, non avrebbe potuto esprimersi meglio.
Mi piace quando riesco far dire agli aspiranti colleghi ma cazzo è così semplice, ce l’avevo davanti agli occhi, perché non ci ho pensato io? 

Con un libro tutto questo non avviene. Innanzitutto il libro è silenzioso. Parla soltanto nella testa di chi legge. È decisamente meno esposto al pubblico ludibrio della declamazione. Per questo evito attentamente di andare a vedere le cose che scrivo, chiaramente a meno che non abbiano un successo strepitoso e io non debba salire su qualche palco, fingermi sorpreso e fare dei doverosi ringraziamenti.

È per questa serie di motivi, e anche un po’ per tirare l’acqua al mio mulino, che un libro scritto male mi fa andare fuori di me. Fra l’altro, i libri scritti male spesso hanno delle copertine meravigliose. C’è una finestra, un ambiente caldo e accogliente in legno, della neve, un fuoco in un camino; c’è il volto di una ragazzina splendida, con qualche lentiggine, la pelle di alabastro e due occhi verdi che farebbero desiderare a Vladimir Nabokov di riscrivere daccapo il suo Lolita. Data una simile copertina, mi aspetto un libro per lo meno messianico. Leggo la prima facciata e la prosa è intrigante quanto un cinepanettone. E allora penso ti sto concedendo il mio tempo e la mia attenzione caro scrittore, possibile che tu sia così irrispettoso nei miei confronti? Così arrogante? È vero che nella Sacra Bibbia è scritto Non metterai alla prova il Dio tuo. Però.
Il cliente non ha sempre ragione come ti insegnano da Mc Donald? Pensi veramente di produrre qualcosa di migliore rispetto ai loro hamburger?
Questo è quello che avrei voluto dire a molti raffazzonatori di frasi che ho conosciuto. Di solito ne incontro parecchi alle cene di cui parlavo, quelle a cui bramerei non essere mai più invitato vita natural durante.

Sapete, l’unico momento in cui il meccanismo scrittore-divinità e lettore-adoratore si rovescia, è quando si presenta un manoscritto ad una casa editrice. In quel caso sì che sei tu a stare sulla difensiva. Lo scrittore fa eventualmente la parte dell’idiota, mentre il lettore non è tenuto a capire un bel niente. D’altronde il lettore, ovvero il prosaico talent scout della casa editrice non è altro che un rabdomante di denaro. Comunica con te in maniera svelta, con frasi precotte che ripete più volte nella giornata, tipo non è originale, la scrittura è appesantita, non ha vendibilità, l’uso della punteggiatura spesso è improprio, non rispetta i nostri piani di investimento/la nostra linea editoriale, ma soprattutto nel suo manoscritto non accade NULLA.

A volte è peggio ancora: ti dicono che sono entusiasti del tuo manoscritto, ma che sarebbero ancora più entusiasti se tu contribuissi alla pubblicazione con un bonifico di x-mila euro.
Sì, è un’esperienza che ho provato. Più o meno un milione di volte. Sì, in questo ho fallito.
Sì, volevo essere uno scrittore vero.
No, non volevo essere un produttore linguistico di pillole e supposte. Che poi è quello che produce un pesta-tasti da screenplay. Con questo non intendo affermare che sono troppo un artista per sottostare a queste meschine logiche di mercato. Sono troppo uno spirito libero per piegarmi a queste bassezze.
Niente affatto.
Al contrario, ritengo che quelli veramente, ma veramente bravi, siano quelli che hanno pubblicato dei libri meravigliosi che sembrano usciti dalla loro penna apposta per il pubblico. Colpi di genio letterari di una profondità immensa che però si trovano abbastanza facilmente nella borsa di un’impiegata berlinese che prende la metropolitana. Un po’ l’equivalente letterario di quello che in musica è Tchaikovskij. Uno spessore irresistibilmente bello. I libri in questione sono più unici che rari. Pochissimi fra essi poi finiscono nelle Storie intertestuali della letteratura rivedute e corrette dall’esimio prof. Vattelappesca. Spesso i professori non hanno idea di come approcciarsi a questi capricci di bravura che sfuggono completamente alla loro baldanza critico-teorica. Scrivono due righe imbarazzate che non vorrebbero scrivere.

Io volevo evidentemente essere uno di questi scrittori. Non volevo mai più aver a che fare con la parola amore. Invece in quasi tutte le sceneggiature che scrivo prima o poi mi tocca buttarcela dentro. Se no non vendiamo. Pazienza. Ormai è andata così. Guadagno a sufficienza per comprarmi cose inutili quando ho delle smanie anti-buddiste da possesso puro.

Molte delle ragioni per cui ho abbandonato a metà la mia tesi di dottorato hanno a che fare direttamente con questa mia nausea da libri scritti male; non ce la facevo più a confrontarmi con la sterminata bibliografia disponibile; con le riviste universitarie dove altri desperados prima di me avevano pubblicato le loro inutili riflessioni, sorrette tuttavia da un notevole apparato bibliografico. Non che li biasimassi comunque, i miei colleghi, hypocrites écrivains, mes semblables, mes frères!
Non sopportavo più i si potrebbe affermare che, gli alla luce di ciò, i sembrerebbe che e via dicendo. Più scrivevo e leggevo sul mio argomento di tesi, più mi rendevo conto che la mia scrittura accademica consisteva nel dilatare ad arte ogni idiozia mi venisse in mente, con l’ansia di riempire il numero di pagine prefissato. In questo tsunami di banalità venivano sommerse anche le pochissime idee buone che mi venivano. Spesso leggevo edizioni di poesie commentate da novelli Thubal Holopherne (per dirla alla Rabelais) che riuscivano ad annichilire tutto quello che c’era dentro. Il momento peggiore veniva quando gli ordinari di letteratura spiegavano le poesie ex cathedra, salvo prima leggerle all’uditorio con voce stropicciata. Stomachevole. In quei momenti capivo perché venivano chiamati professori ordinari.
Poi un giorno, mentre bevevo un caffè in un bar per intellettuali leggendo Les Essais di Montaigne…

-accade spesso che i dottorandi vadano a bere dei caffè portandosi dietro dei libri improbabili e dei pastrani stile Jean Valjean con tanto di sciarpe e occhiali tondi. Io lo facevo per darmi un tono, per avere più carisma e sintomatico mistero-

…mentre leggevo questi benedetti Essais mi sono imbattuto in questa frase: “Il y a plus affaire à interpreter les interpretations qu’à interpreter les choses, et plus de livres sur les livres que sur autre subject”, che per chi non sa il francese suona come c’è più mestiere a interpretare le interpretazioni che a interpretare le cose, e ci sono più libri su libri che su altri argomenti.
L’ho visto come un segno, anche se credo poco a queste cose. Ho lasciato una buona mancia al barista, ho sorriso a un po’ di persone (non lo facevo da un po’), ho cancellato il file tesi.doc dal computer, ho donato gli Essais a un vecchietto seduto lì al bar che sulle prime non ha capito, sono andato a casa, ho cucinato un risotto fra i migliori del secolo (almeno per me), ho aperto un Valpolicella superiore, mi sono goduto metà bottiglia tra un boccone e l’altro, mi sono messo la mia camicia preferita e ho invitato a bere qualcosa una violoncellista con dei lunghissimi capelli neri che avevo conosciuto qualche tempo prima al matrimonio di un amico. Quando l’ho riaccompagnata a casa le ho dato un bacio con un impeto che non mi apparteneva, lei non si è spostata. Ho pensato, ma allora è così semplice? Basta avere l’intenzione? Ho rimpianto di non averlo mai capito nei ventotto anni che precedevano, ho rimpianto tutte le volte che sono stato Richie quando forse avrei potuto essere Fonzie. Ho aperto la portiera alla violoncellista come mi ha insegnato a afre mia mamma quando ero piccolo, ma non sono salito a casa sua perché non volevo essere troppo felice in un colpo solo. Avevo paura che il mio cuore franasse per la bellezza come dice il protagonista di America Beauty. Ho tirato giù il sedile dell’auto e ho dormito un po’, sul ciglio della strada. Mi ha svegliato un poliziotto quasi tre ore dopo. Ero talmente vivo che ha voluto a tutti costi farmi l’alcol test. Tutto ok, può andaregrazie agente come nei film americani.

Ho restituito l’assegno di ricerca all’università. Ho accettato un impiego come cameriere e aiuto pizzaiolo in una pizzeria del quartiere dove sono cresciuto. Il proprietario era un amico di mio padre che mi aveva sempre offerto quel lavoro, solo io ero troppo intellettuale per accettarlo. Era molto stupito quando mi sono presentato in sala. No, non volevo un tavolo. Sì, mio padre stava bene. No, non mi interessava guadagnare più degli altri camerieri. No, non era successo niente di particolare. No, non non mi drogavo.

Il mondo accademico insomma non faceva per me. Non ero abbastanza intelligente, non ero abbastanza regolare, non ero abbastanza costante.
Non si può essere un serio lavoratore della cultura procedendo per illuminazioni.

P. s. (di Marco Gavioli)
Grazie ad Ale 

Berlin aller-retour (per Viola)

Est-ce que tu te souviens
de la tristesse grise de Berlin,
du respire qui nous manquait,
à Berlin,
l’ado qui est grandi
trop vite.

*finale del film “Le vite degli altri”

Masticare vermi.

Ciao a tutti.
Dato che il mio piccolo racconto immaginario sulla vita di uno sceneggiatore di successo prende pian piano forma in un oscuro file Openoffice sul desktop del mio computer, ho pensato di pubblicarne uno stralcio qui.
La verità è che in questo momento la vita non ha senso, sono appeso alla speranza di entrare in un conservatorio in cui non entrerò e non voglio rassegnarmi a non essere più uno studente. E la mia laurea in lettere va bene sì e no per avere qualche argomento di conversazione.
Eppure, quello che ho scritto mi piace.
Grazie a Giulia per la fotografia. C’ero quando è stata scattata.
Voilà Mesdames et Messieurs:

Immagine 052

La sceneggiatura dev’essere finita entro domani; ovviamente ho mentito al telefono sullo stato di avanzamento dei lavori. Ho detto che devo solo ricontrollarla un attimo. Dubito che ci abbia creduto l’executive producer, come si definisce lui stesso pur essendo al cento per cento from Bergamo Alta. È uno stronzetto che ho conosciuto a un festival di cinema indipendente. O meglio, lui ha conosciuto me dopo che il mio lavoro era stato proiettato l’ultimo giorno della rassegna. Quell’anno avevamo intascato il premio della critica, quel tipo di riconoscimento che nessuno desidera veramente vincere. Non era stato merito mio. Il regista era molto bravo e il direttore della fotografia era superbo. Io ero stato normale, il che significa abbastanza al di sopra della media dei miei colleghi. Avevo poco più di trent’anni e stavo iniziando una carriera più che dignitosa. Di solito, quando vincevo il premio della critica mi sentivo come quando da bambino la Ferrari vinceva il titolo costruttori mentre la McLaren vinceva il mondiale di Formula Uno. Da piccolo ero un tifoso del Cavallino Rampante come ogni bravo bambino perfettamente connotato sessualmente. Un pizzico di passione anche per il calcio e sarei diventato un modello di italica perfezione vatican-fascista. Peccato aver sviluppato successivamente un certo tipo di sensibilità e di intimo rispetto per il mondo femminile. Peccato anche aver frequentato per diverso tempo froci di ogni risma. Mi stavano incredibilmente simpatici. A quanti ho dovuto dire di no. Scusa caro, sono etero. Quando messo alle strette dovevo dichiararmi mi sentivo sempre un po’ in colpa. Mi dispiace tanto far soffrire le persone. Però, di quasi tutti i non pochi gay che ho conosciuto (moltissimi in ambito teatrale e cinematografico), mi colpiva sempre la capacità di non buttarsi troppo giù di morale. Giorgio, meglio conosciuto come l’ape maya, di fronte al mio diniego si era limitato a replicare vabbè, non sei mica l’ultimo cazzo rimasto al mondo. Questa forma di sineddoche per la quale ero improvvisamente identificato con i miei genitali mi era rimasta impressa.
L’executive, dicevo, è uno stronzetto del tutto ordinario e autoreferenziale che si atteggia da poeta maledetto. Quando non è calato nel ruolo di Arthur Rimbaud, si atteggia da manager americano navigato, assertivo quanto risoluto. La cosa più imbarazzante è che siccome ha a che fare (da pochissimo) con il mondo del cinema, è convinto di dover utilizzare un lessico che si confà all’ambiente in cui lavora. Nell’ultima telefonata è arrivato a dirmi “Voglio quella sceneggiatura sulla mia scrivania. Domani”. Mi sono pizzicato la coscia per non scoppiare a ridere. Queste sperate da telefilm mediaset a basso budget mi fanno impazzire. Non sono neanche così rare. In ogni caso, ricordandomi del mio onorario e delle generose provvigioni che riceverò del tutto all’insaputa del fisco, sono riuscito a stare zitto e addirittura a simulare un’aria di suddita sottomissione al mio datore di lavoro. Lui mi è parso soddisfatto. È uno che ha i mezzi, i pagamenti mi li ha fatti arrivati subito.

In realtà capivo bene perché era così indisponente, per così dire. Io stesso in ambito professionale non vorrei mai avere a che fare con uno come me: sono sempre svogliato, sempre disorganizzato, sempre all’ultimo minuto. Sono, da buon italiano, sempre alla ricerca della via più facile, della scorciatoia, del sotterfugio. Per questo a scuola andavo così male nelle materie dove non ci si può affidare al rush finale: matematica e latino. Entrambe, idealmente, mi piacevano comunque moltissimo. Solo che richiedevano costanza.

È una caratteristica generale del mio popolo questa specie di indolenza intelligente. Per questo le Americhe non potevano essere scoperte che da un Italiano, da uno che veniva dalla terra più tirchia d’Italia, la Liguria; mi ha sempre affascinato Cristoforo Colombo, uno diventato famoso per aver cercato la miglior scorciatoiaper la ricchezza dell’intera storia umana. Dovrebbero eleggerlo Santo Patrono degli evasori fiscali.Un navigatore incapace persino di azzeccare due calcoli geodetici che Eratostene di Cirene era riuscito a imbroccare due secoli prima di Cristo con il solo ausilio di una tavoletta di cera. I tedeschi non avrebbero mai scoperto l’America, avrebbero fatto mille calcoli accuratissimi e avrebbero concluso che era un’impresa da idioti.

Quello che condivido con Cristoforo Colombo è questa incapacità di visualizzare concretamente le conseguenze delle mie azioni. Non riesco mai a prendere sul serio il mio futuro. Anche Colombo secondo me immaginava spesso in quali modi si sarebbe potuta vendicare la sua ciurma di galeotti con il cervello bruciato dal sole e dallo scorbuto.

Non credo avrei voluto essere l’ammiraglio di quella spedizione.

Eppure Colombo, di fronte alla prospettiva di venire impalato sull’albero maestro, riusciva a distrarsi. Pensava a qualcos’altro. Io faccio lo stesso. Tra due giorni devo consegnare la versione cinematografica integrale dell’Antico Testamento e non ho ancora scritto nulla? Va beh, pazienza. Non è un buon motivo per non uscire questa sera.

In effetti quando l’executive procucer mi ha chiamato ero già in ritardo di quattro giorni. Quando sono veramente disperato e penso di chiedere un’altra proroga della consegna mi impongo di non farlo: anche se chiedessi qualche giorno in più non mi organizzerei meglio. Mi ritroverei fra due giorni nella stessa situazione di disperazione in cui mi trovo ora. L’unica differenza è che prima di arrivare alla disperazione serale mi sarò divertito a fare cose che normalmente non trovo così interessanti. Questa è un’altra componente del mio modus operandi. Quando devo scrivere e sono tenuto a non perdere tempo, si riversa furiosamente nelle mie vene tutta l’insaziabile curiosità che nutro per le modalità di cottura delcinghiale valdostano.

Comunque sia, mi appello quasi sempre ad un po’ di prezioso ritardo. Tiro la corda finché posso. Procrastino con una serie di scuse da avanspettacolo, che d’altronde sono piuttosto bravo a inventare in virtù del mio mestiere. È esperienza. Nient’altro che artigianato. È quello che tento di spiegare alle persone convinte che il mio sia mestiere creativo. Credete davvero che Picasso al suo milionesimo ritratto cubista fosse mosso dalla sacra fiamma dell’arte?
L’ispirazione non c’entra più nulla a un certo punto. C’entrano più che altro i soldi. Io per esempio non ho mai avuto il blocco dello scrittore. Anche perché non sono uno scrittore. Sono uno che prende le storie e lesbrana fino a quando non diventanopuro dialogo. Perché leggere Anna Karenina quando ci sono quelli come me che prima o poi lo trasformeranno in un film? Perché fare la fatica di piangere mentre Ettore accarezza Andromaca per l’ultima volta?

Noi sceneggiatori siamo come la madre degli uccellini nel nido: mastichiamo i vermi prima di sversarli nei loro becchi.

Natalizio fuori stagione post-Arena o imprevisti notturni in giacca e cravatta.

doisneau-02-600px
Le cose giuste si fanno ma non si dicono.
Questo diceva Gino Bartai mentre salvava centinaia di ebrei braccati dai nazisti infilando documenti falsi nel tubo piantone della bicicletta.
Io credo di aver appena fatto una cosa giusta. E anche un po’ natalizia. A me poi il Natale piace tanto. In realtà, stando a quanto consiglia Ginettaccio nazionale non dovrei raccontarvela, ma a me piace troppo il Natale e il Raccontare. E poi, se a voi capitasse qualche piccola avventura, a me piacerebbe saperlo.

Dai, iniziamo daccapo.
Allora, oggi ho suonato con un’orchestra/banda all’Arena di Verona. Evento enorme per ricordare l’entrata in guerra dell’Italia nel primo conflitto mondiale. Tantissimi cori e tantissima gente che canta e suona. Al momento del Va’ pensiero a momenti vien giù l’anfiteatro.
Cazzo, è stato figo. Niente da dire.
Abbastanza figo da meritare un post sul mio blog che non scriverò mai, perché l’afflato dell’armonia della musica e cazzi e mazzi, mica son cose che puoi descrivere così, a meno che tu non sia Vassilij Kandinskij il quale parla di spirituale nell’arte come parlerebbe di nespole.
Ho suonato per la gloria ma è stato figo. Tradotto, non ho preso il becco di un quattrino. Neanche per il Requiem di Mozart di ieri. Va beh, adesso gira così.

Dopo aver fatto concerti epocali (per me) come quello di oggi, spesso mi ritrovo solo. Non saprei bene dire perché. Arriva un momento dove tutti vanno a casa e io ho ancora l’entusiasmo nelle dita. Dopo il mio primo concerto rock, nel parco del quartiere alla tenera età di 15 anni, ricordo che avevo aiutato a smontare il palco e poi ero rimasto da solo su un marciapiede, a notte inoltrata a sbocconcellare un panino. Stasera tutti se ne sono andati, ho congedato mio padre (stanco per il turno di lavoro massacrante) e mi sono diretto alacremente verso l’Arco dei Gavi, con il mio contrabbasso in spalla, per prendere l’ultima corsa serale del 91. Dieci minuti e sono a casa, pensavo.
I contrabbassisti mi capiranno. Con un contrabbasso sulla coscienza, anche fare 100 metri sui sanpietrini è un’operazione estremamente frustrante; può diventarlo ancora di più se l’unico l’autobus che si riesce a prendere reca sul muso la scritta “Fine corsa: Stazione FS”.

Nel tragitto Arco dei Gavi-Stazione conosco una coppia di genitori dall’aria stanca, che hanno con loro un neonato e una bambina di tre anni con la chiacchiera facile. La madre è estremamente bella ed estremamente 23enne, proprio come il padre. Naturalmente inizia la solita trafila del “Che strumento è – è il violino gigante – hahaha – che bello che è tranne quando devi trasportarlo – hahaha”

Ebbene, giunto in stazione sono costretto a chiamare mio padre. Che arriva senza batter ciglio, carichiamo il contrabbasso e io penso al mio letto. La giornata è stata impegnativa diciamo.

A venti metri dal cancello di casa mi si accende la lampadina.
Sarà che mia madre una volta a dicembre ha incontrato un ragazzo bellissimo che camminava inspiegabilmente senza pantaloni, di notte, sulla ciclabile di Stradone Santa Lucia. Nel tempo che mi madre gira la macchina per chiedergli se ha bisogno di aiuto, il ragazzo scompare. Non è più riuscita a trovarlo.
Da allora è convinta di aver incontrato Gesù Cristo.

A venti metri dal cancello mando di nuovo a letto mio padre, e io torno verso la stazione.

Ci metto un po’, ma li trovo. Esattamente in pista ciclabile. Tentavano di raggiungere Ca’ di David a piedi. Aiuto il papà a caricare il passeggino nel baule, mentre la mamma intima alla bambina di non toccare niente che la macchina non è sua, mentre tiene in braccio la più piccola.

Non parliamo molto nel tragitto, anche se la mamma fa dei tentativi veramente lodevoli di nascondere la sua stanchezza.

Grazie.
Di nulla, Buonanotte.

Arrivato davanti a casa sono costretto a svegliare ancora mio padre, perché nella fretta, ovviamente, le mie chiavi di casa sono rimaste a casa. Incredibilmente non sembra incazzato, anche se non avrebbe avuto torto ad esserlo.

E insomma adesso sono qui che scrivo, con ancora la giacca e la camicia da concerto addosso.

Domani mi pentirò di questa mielosità, ma va bene così.

(Minipost) – Fa quel che può, quel che non può non fa.

madonna-quanti-cattivi-maestri-ci-ridate-albe-L-6fbHP8

Riflessione pedagogica, o De viris illustribus:

Alberto Manzi, una laurea in Scienze Naturali innanzitutto, perché quella in Pedagogia non era abbastanza.

Alberto Manzi, il maestro di “Non è mai troppo tardi”, la trasmissione che aiutò migliaia di Italiani a uscire dall’analfabetismo, al provino gettò via il copione e tenne una lezione sua.

Alberto Manzi si fece le ossa in un carcere minorile. Nessuno dei suoi alunni ebbe mai più a che fare con la Giustizia.

Alberto Manzi ebbe dei seri problemi col Ministero, perché a un certo punto della sua carriera si rifiutò di dare una valutazione ai suoi alunni. Scriveva sul registro, per ogni nome: “Fa quel che può, quel che non può non fa”.

Ah sì, ho cambiato nome al mio blog.

Varie ed eventuali (continua dal post precedente)

La cassiera mi dice ciao, quel ciao appunto. Mi sembra ancora più carina di quanto non mi sia sembrata in questi mesi. Penso che non so nemmeno qual è il suo nome. Forse alla fine della transazione glielo chiederò. Ha gli occhi di un nero molto intenso. Io gli occhi ce li ho di un castano scurissimo che tende al nero, almeno così una volta mi ha detto una ragazza più grande di me a cui ho chiesto ingenuamente il colore dei miei occhi. La verità è che volevo che lei incrociasse per un po’ il suo sguardo con il mio; che la sua attenzione fosse esclusivamente per me qualche istante. Beh, era parecchio più grande di me: io ero in prima media e lei in quinta superiore, ovvero ci separava un’era geologica. Un po’ come quando in Jurassic Park gli umani si ritrovano spiaccicati a contato con i dinosauri pur essendoci 65 milioni di anni di sfasamento fra le due specie. Mi sorprendo ad accorgermi che quel giorno penso molto spesso a Jurassic Park. Forse perché quando ero alle elementari era stato l’evento. Dopo Jurassic Park volevamo tutti fare i paleontologi, senza sapere che prima sarebbero state necessarie una marea di lezioni universitarie corredate da una marea di ore sui libri. In Italia, si comprende il successo di un film dal numero di bambini maschi che riesce a distogliere dal sogno di fare il calciatore. Jurassic Park aveva fatto rinnegare il pallone a molti miei compagni di scuola.Io ho smesso di voler fare l’archeologo quando una bambina che sembrava malaticcia e anche un po’ cattiva mi aveva detto, con la sua strisciante erre moscia, che non c’erano più ossa di dinosauro sottoterra, ma soltanto le ossa dei morti delle guerre mondiali. Era la figlia di una dottoressa, una delle persone più tristi e rancorose che io abbia mai conosciuto. Madre e figlia sono finite nella lunga lista delle persone disturbate che ho incontrato nella mia vita. No dico, come si fa a distruggere simultaneamente sia il sogno infantile di fare l’archeologo, sia quello di fare il dottore? Perché dopo aver conosciuto la mamma non volevo fare più neanche il medico.

In ogni caso, era estate e io avevo i miei primi pruriti da peli sotto le ascelle. Eravamo in quei centri estivi comunali che sono la versione umana dei canili. Mia mamma mi piazzava lì quando la scuola era finita e lei doveva lavorare. Ero circondato da bambini svogliati che esprimevano la loro svogliatezza con una specie di isteria, apparentemente contraddicendosi. Gli unici bambini abbastanza contenti erano quelli troppo piccoli per comprendere il disagio della civiltà occidentale di cui sopra. Ancora più svogliati dei bambini c’erano gli animatori -che parola abominevole-. Quando durante un’estate insensata sono diventato animatore anch’io e ho percepito il mio primo stipendio, mi è subito parso chiaro il perché gli animatori dei centri estivi comunali non hanno nemmeno le forze per animare sé stessi.
La mia animatrice-dinosauro cui avevo chiesto ingenuamente (si fa per dire) il colore dei miei occhi era molto bella, e va da sé che io ero innamorato di lei come ci si innamora all’alba della pubertà. Il problema è che l’animatrice-velociraptor dava molta più attenzione a un mio coetaneo, che all’epoca, bisogna dirlo, era decisamente più sul pezzo rispetto a me. Dico soltanto che una volta era stato con una di terza. Sono cose che fanno soffrire. Per questo motivo sono diventato uno sceneggiatore di relativo successo. Una delusione d’amore c’entra sempre. Per esempio, io ho un amico che ha scelto la vita monacale, dopo un matrimonio naufragato presto. Il suo primo innamoramento dopo il divorzio, innamoramento di quelli che tengono svegli la notte, era stato per una ragazza londinese di qualche anno più vecchia di lui, la quale era estremamente carina. I problemi sorsero quando si scoprì che era estremamente carina non soltanto con lui.
Però era londinese. Mi viene in mente un libro di antropologia dove ho letto che in alcuni siti archeologici di età preistorica sono stati ritrovati manufatti provenienti da regiorni molto lontane. Questo dimostrava che allora come oggi il valore di una cosa aumenta tanta più strada ha percorso per arrivare nelle nostre mani. La suddetta biondina londinese dunque aveva certamente quanche carta in più rispetto a Giovanna, che è ugualmente bella, ma viene da Treviso. In ogni caso, ecco come si fa a rovinare una persona. Non riesci ad abbracciare lei, e ti ritrovi ad abbracciare il saio.

A volte penso che faccio troppe divagazioni.
Ma forse questo è dovuto al mio mestiere. Quando hai un foglio davanti agli occhi e il regista ti dice che vorrebbe risolvere la vicenda in uno scambio di diciamo non più di tre battute fra il protagonista e la sua amata, ti viene una voglia incontenibile di scrivere altre ed eventuali. Quando i registi mi dicono così, o ancor peggio, quando me lo dicono i produttori divento matto. Così tutte le via traverse dei miei pensieri mi tocca esprimerle in prosa. Questo provoca un notevole rallentamento sul piano narrativo.

Sto pagando ‘sti benedetti ravioli e delle bottiglie di vino. Il vino lo compro perché se mi ricordo troppo tardi di una cena a cui non volevo andare, non mi faccio cogliere impreparato. Infilo la carta nell’aggeggio elettronico per pagare alla cassa. Nell’atto di infilare la carta nel pos affinché essa ci spruzzi dentro il mio denaro digitalizzato, vedo sempre qualcosa di sessuale. Anche qualcosa di un po’ perverso. Non credo che questa sarebbe una cosa che direi in giro. Una volta una mia amica psicologa mi ha fatto un test sul rapporto uomo donna, e ad ogni domanda io mi sentivo sempre di più un pazzo stupratore.

Penso che io ho sempre un sacco di amici di cui parlare mentre scrivo.

Comunque sia, non mi piace molto passare per un pervertito che vede sesso dovunque. Per lo stesso motivo reprimo con un pugno l’impulso a chiedere alla cassiera come si chiama. Ho paura che lei pensi male. Il fatto è che vorrei davvero sapere come si chiama. Improvvisamente mi sento come Holden Caulfield quando si ritrova in albergo con la prostituta e vuole davvero non far altro che due chiacchiere.

Diario istantaneo di uno sceneggiatore che quella sera è senza idee (ma anche Jurassic Park)

pr43594-650x450-b-p-061526

Ed ecco il foglio bianco, davanti a me.
Porcaputtana, al diavolo i mestieri creativi del cazzo (come si direbbe in un film americano dove ci sono sempre molte parolacce).
A volte vorrei essere come la cassiera dell’Intermarché sotto casa mia: bella -perché non si può dire che non sia bella-, semplice, con una mansione semplice da svolgere. Quando ha me come cliente deve in sostanza trascinare sul lettore a infrarossi le tonnellate di cibi pronti che mangio quasi quotidianamente, il caffè, il cioccolato che consumo in quantità superiori a quelle che dovrei, frutta dai colori troppo vivi per essere buona.
La cassiera ormai mi conosce, quando arrivo mi fa lo sguardo di chi mi conosce e mi dice ciao come lo direbbe una vecchia compagna di scuola incontrata nella sala d’attesa del dentista.
La cassiera è una bella ragazza, è riccia, ascolta musica dozzinale dal suo walkman. Ma che dico walkman, dal suo Ipod. La cassiera avrà qualche anno in meno di me e con i frutti del suo lavoro si è potuta permettere un Ipod (che probabilmente utilizza anche per quello sport demente che è il Jogging in tenuta Decathlon € 19,99), ma soprattutto si è potuta permettere un Iphone che sta ancora pagando. Per l’Iphone possiede inoltre una cover personalizzata che la ritrae in compagnia delle amiche del liceo linguistico durante la pizza per il compleanno della Giuli. Quella cover è stata il regalo che le stesse amiche le hanno fatto il giorno del suo compleanno. La foto che vi è stata stampata sopra proviene da una di quelle serate dove è obbligatorio parlare male-bonariamente degli uomini in generale e ancor più dei propri fidanzati storici, i quali spesso giocano a calcetto nella stessa squadra. Se ne conclude quasi sempre che le donne devono proprio avere una gran pazienza perché gli uomini restano sempre un po’ bambini.
Nella foto le ragazze hanno bei sorrisi, un po’ di rosso negli occhi dato dalle cattive condizioni di luce al momento dello scatto. Hanno rossetti, hanno bei vestiti da centro commerciale, vestiti € 29,90, borse seminuove in finta pelle, cerchietti e fermagli con brillantini, collane di gusto esotico ma non abbastanza etniche per sfigurare con la mise di Zara.
Tutte le amiche reggono un calice variamente pieno di un vino rosso, che è stato loro consigliato da un cameriere di 32 anni d’età. Fingono di essere un po’ ubriache, si augurano nel profondo del loro animo di fare qualche figura-di-merda che le faccia ridere molto per mascherare l’imbarazzo. Sperano nello sketch un po’ romanesco-cafone da annoverare fra i migliori episodi di sempre, come quella volta che alla Fede in piscina si è slacciato il pezzo sopra del bikini davanti a Tommy e Ricky.
Le amiche intanto non hanno esitato a notare in maniera un po’ inelegante la bellezza del cameriere, il quale da parte sua passa molto tempo in palestra e ha qualche tatuaggio fatto dopo un soggiorno a Sharm el-Sheikh in compagnia di due amici. Mentre commentano il sedere del cameriere una di esse grida senza gridare Ma parlate piano sceme! e tutte scoppiano a ridere di fonte alla prospettiva che il cameriere le abbia sentite.
In quel momento la Sere scatta una foto col cellulare, la quale verrà poi sviluppata e se ne farà una cover per l’Iphone della cassiera, cover corredata da un biglietto di auguri coperto di firme femminili dalla grafia rotondeggiante da post terza media.

Tutto questo ragionamento mi attraversa veloce le sinapsi e il midollo spinale sotto forma di elettricità. Penso “Ma tu guarda quante cose si possono celare dietro la cover di un Iphone”. In quell’esatto momento si affaccia intensamente sulla mia coscienza Alberto Moravia, non saprei dire perché.
Mentre estraggo il portafoglio e pago i ravioli ricotta e spinaci con la carta, questo grumo di inutili pensieri finisce vorticando giù dallo scarico del lavandino che è al centro del mio cervello.
La cassiera a volte mi sembra stanca; più che altro mi sembra esausta di quel beep che fanno i prodotti quando il loro codice a barre passa fra le sue mani rapide.
Una volta l’ho vista staccare dal lavoro, mentre il supermercato chiudeva. Ero lì perché ovviamente faccio parte di quella categoria di clienti un po’ molesti che entrano in negozio sette minuti prima della chiusura –Scusi mi servono due robette faccio presto– perché si sono ricordati troppo tardi di una cena a cui non volevano minimamente partecipare.
L’ho vista salutare i colleghi, e uscire dal supermercato che intanto abbassava le serrande. L’ho vista mettere in bocca un chewing-gum che dovrebbe pulire i denti, rassettarsi sbrigativamente i capelli raccolti in una coda e corredati da svariate forcine, perché mica ci si può lavare i capelli tutti i giorni che poi si rovinano come le dice sempre la parrucchiera.
L’ho vista uscire dal supermercato e andare verso un ragazzo -il suo ragazzo verosimilmente- che ha l’aria incazzata e la aspetta con la macchina parcheggiata in doppia fila con il motore acceso e le quattro frecce che lampeggiano. Li ho visti baciarsi e avviarsi verso un’altra serata dove forse lei si arrabbierà per un problema di comunicazione di coppia che lui non è in grado di capire; lei forse non farà sesso con lui e lui si arrabbierà molto e dirà più volte ma cos’hai. Lei pretenderà che lui capisca da solo che cos’ha, ma il fatto è che né lui né lei possiedono le risorse intellettuali per identificare il disagio della società occidentale che li annichilisce e rende le loro vite di polistirolo.
È l’autunno dell’occidente, strangolato dal liberismo isterico senza regole. E quando penso al liberismo isterico senza regole mi torna in mente Ian Malcom in Jurassic Park quando dice “Le dico io qual è il problema insito al potere scientifico che state usando qui: ehm… Non c’è voluta nessuna disciplina per ottenerlo”.
Quando tutti gli idrocarburi che bruciamo avranno annerito tutti i nostri figli forse ci ricorderemo di questa frase e la faremo scivolare dall’ambito dinosauri all’ambito economia mondiale.
In ogni caso, entrambi ci sbraneranno.

Penso che forse la cassiera opterà per l’ipotesi più semplice: farà sesso svogliatamente con il suo ragazzo. Il minimo sindacale per fare finta di amarsi come ci si ama nei film americani. Con il duplice vantaggio di poter evitare la collera da astinenza di lui e in generale il confronto con una situazione sentimentale troppo difficile da risolvere. Probabilmente si sposeranno. I loro genitori saranno contenti. Al matrimonio si faranno moltissime foto. Alcune di esse diventeranno l’immagine profilo facebook (o meglio ancora di copertina) alternativamente sia di lei che di lui. I compagni di squadra di calcetto di lui organizzeranno inoltre degli scherzi, alcuni di essi a sfondo sessuale. Lei dirà spesso a sé stessa è il giorno più bello della mia vita. Addirittura, lei convincerà lui ad aprire le danze al ricevimento, e la prima cosa che faranno i due novelli sposini sarà ballare un lento sulla musica de La Bella e la Bestia, che era il cartone preferito di lei da bambina. Balleranno circondati da amici e parenti che batteranno le mani e scandiranno in coro ba-cio ba-cio quando la musica si sarà esaurita. La migliore amica di lei, quella dai tempi delle elementari, si commuoverà, insieme a molte altre ragazze presenti allo sposalizio.

Tutto ciò all’insaputa del fatto che il concetto di Dio non è più pensabile dopo Auschwitz, e la poesia nemmeno.

È a questo punto che entra in scena l’Iphone per lei e la Volkswagen nuova per lui, come se soffocare di zucchero a velo una torta uscita male potesse renderla buona.

Il punto è che forse a volte vorrei essere come la cassiera, e non avere l’incombenza di dover creativamente finire di scrivere la sceneggiatura che devo assolutamente finire entro domani. Ma purtroppo io non sono Federico Fellini, che come sappiamo è l’unico uomo al mondo che riesce a fare un film sul fatto che non riesce a fare un film. Un po’ come Kurt Goedel quando ha dimostrato grazie alla matematica che la matematica non esiste. Io non sono così. Non sono nemmeno Checov, che riusciva a descrivere la decadenza della nobiltà-borghesia russa parlando di ostriche.
Però, in fondo parlare delle cover degli Iphone, almeno un po’,
rende l’idea no?

Non farò il prof.

20150204_114323

La prima cosa che non mi è chiara dell’Internet è: per quale motivo digitando il mio nome su Google, la prima cosa che appare è il sito di un cantante di liscio di discutibile valore artistico?

Avete presente quando digitate il vostro nome su Google per una specie di inutile curiosità-vanità?

Comunque, il fatto che il MarcoGavioli cantante-di-liscio sia il MarcoGavioli più cliccato del Web mi ricorda il mio posto nel mondo.

Soprattutto ora che il posto nel mondo non ce l’ho più.

L’altro giorno per esempio ero tutto solo a visitare il castello di Rudolstadt, una cittadina sperduta in mezzo a valli sperdute nel cuore della Germania, dove in sostanza non c’è altro che freddo, wurstel e birra.

-Chi l’avrebbe mai detto che mi sarei ritrovato a Rudolstadt nel corso del mio 25 anno di età-

Ero a visitare il castello in stile agrimensore kafkiano e sbiascicando due parole di inglese per fare il biglietto ho improvvisamente realizzato che è finito il tempo del biglietto ridotto perché YES-AI-EM-STIUDENT-HERE-MY-BEDGE-UNIVERSITY-OF-VERONA-GRENOBLE.

Fra l’altro l’inglese non lo so più. Mi si incasina col francese nella testa. Non perché parlo talmente bene il francese che. No di certo. Solo, mi sento linguisticamente impigrito.

Le altre cose che non capisco riguardano sostanzialmente il fatto che ho vissuto in Francia un anno e non riesco a scriverne nulla; è passato, scivolato via. La cosa che mi è rimasta nelle ossa è simply una specie di nostalgia informe come un quadro di De Kooning

-E vai con le citazioni artistiche, così sembro molto intelligente e colto e anche un po’ hipster-

Nostalgia degli amici. Quella mi è sempre rimasta. Anche dopo i campiscuola della parrocchia, quando iniziavamo a guardare il culo delle nostre compagne ma non avevamo abbastanza efficacia per parlare davvero con loro. Almeno io non l’avevo.

C’è Viola.
Quello sì.

Non avrei mai pensato di scriverlo e forse non dovrei farlo, ma c’è anche Marco.

La cosa tremenda, in ogni caso è che in Germania ogni tanto facevo finta di essere francese. Con l’accento non me la cavo male. I Tedeschi almeno non se ne accorgevano. Era triste non aver voglia di essere italiano per paura di non essere preso sul serio.

In treno, non appena passato il Brennero, ovviamente è salito il poliziotto di frontiera. Le due donne africane che erano con me in scompartimento mi stavano estremamente simpatiche. Una dormiva. L’altra non appena è scesa la notte ogni tanto cantava, nel buio, da sola, casualmente. Non mi sembrava che cantasse qualcosa di strettamente tonale, e nemmeno qualcosa di esprimibile con semibrevi-minime-semiminime-crome-semicrome e compagnia bella.
Penso fosse qualche giorno che non facevano una doccia. Sapevano di viaggio. Io sapevo di deodorante eurospin e di sonno, e anche un po’ di mamma. Anyway le due donne non avevano documenti. Forse non avevano nemmeno i biglietti. Iniziano a fare le finte tonte, mentre il poliziotto con un brutto inglese spigoloso le fa scendere dal treno. In quel momento ho sentito nell’aria quella tensione da biasimo tipo società-civile-che-paga-il-biglietto versus immigrati.

Il punto è che in quel momento immigrato ero anch’io. E mi vergognavo di esserlo.
In Germania a elemosinare un posto in conservatorio per poi elemosinare un posto in orchestra.

Perché per inciso, il mio progetto di fare il professore è definitivamente morto per assenza di concorsi. La stessa cosa vale per le orchestre.
Salvo che per quelle di liscio con cui ho suonato quest’estate, ahimé.
E questo ci riporta al Marco Gavioli di cui sopra. Forse in realtà siamo la stessa persona come gli assassini con la personalità multipla dei libri di Stephen King.

In Germania pare si lavori. Rudolstadt è uno sputo di città, che però ha un’orchestra stabile.
Forse mi abituerò a scambiare la perfezione-con-latenze-psicotiche dei tedeschi con la possibilità di lavorare.

Tutto ciò ammesso e non concesso che mi piglino in conservatorio, cosa nient’affatto semplice visto che sono un musicista mediocre con problemi di tecnica alla mano sinistra. Infatti, ora non dovrei scrivere su wordpress, dovrei fare scale con minimo tre bemolli in chiave.

Il fatto è che proprio non ci riesco a non avere qualcosa da fare. Ho sempre di più l’impressione che noi euro-americani non siamo più capaci di non identificarci con i nostri obiettivi. E da questo mi deriva un estremo senso di tristezza.
Mi viene un estremo senso di tristezza a vedere i primi della classe che sgomitano in conservatorio.

Mi viene la tristezza spesso anche mentre mi scorre la bacheca di facebook davanti agli occhi.

La cosa positiva è che ho scoperto che mi piace Gianrico Carofiglio. Era da un po’ che non mi sparavo un libro senza prendere fiato.
L’altra cosa positiva è che per visitare il castello di Rudolstadt mi hanno dato delle enormi pantofole di feltro per non rovinare i pavimenti e ho fatto un po’ il pattinatore su ghiaccio mentre la guida non guardava.

Buonanotte.
Scusate la depressione.
Mi passa eh.

Io sono fatto di pubblicità

3f480e0e-856c-42e6-9e37-1f90456adc5a
Io sono fatto di pubblicità.

Avete presente il prof di scienze al liceo che esordisce con “Gli atomi non sono altro che i
minuscoli mattoni che costituiscono la materia”?
Ebbene, le pubblicità sono i mattoni che costituiscono il mio cervello.
Ce n’è per tutti comunque.
Ognuno di noi ha almeno una pubblicità che gli solletica la volontà di potenza.
Io, per esempio, quando ero molto giovane, disprezzavo le fashion victims. Pensavo fossero loro le vere pedine del sistema, espressione che potrei aver mutuato dai peggiori film complottisti di serie b o da qualche blog ignorante.

No, in realtà le disprezzavo stile la volpe e l’uva perché erano fighe e io non lo ero.
Ma questa è un’altra storia.

La pubblicità non serve a vendere le cose. Serve a vendere le idee.

Per esempio per noi parameci con tanto di laurea, la Apple è la creatività.

Investi mille e duecento euro in un computerino del cazzo grigio satinato e avrai improvvisamente qualcosa da dire.

Compra i pantaloni slim-fit a coste* tardi anni ’60 e sarai una persona più interessante.

*ce li ho addosso in questo esatto istante, mentre l’IMac, no, non ce l’ho.
Non perché non lo voglia, bensì perché mio padre non ha un lavoro e perché qualche altra pubblicità alternativa mi ha convinto che non lo voglio.

Perché è questo il punto: anche la convinzione di non essere succubi a una certa pubblicità probabilmente nasce da un’altra pubblicità concorrente in cui ci identifichiamo.

Io per esempio mi ricordo la pubblicità dello scrittore che beve il caffè Hag per scrivere tutta la notte (una specie di Honoré de Balzac dei poveri).

Quella pubblicità mi ha convinto.

Magari domani mattina mi sveglio e scopro che in realtà, il caffè mi fa schifo.

P.S.
Qualcuno cerca un cuoco/magazziniere di 55 anni?

P.P.S.
La foto l’ha fatta Viola, al Pompidur a Parigi.
Dove ci siamo recati presi dalla folle pubblicità che fanno di Parigi.