Essere finalmente vecchi.

122739162-664eb798-b392-4118-b1db-0363b153244c

Ieri sera ho avuto un’epifania davanti allo specchio.

Mi sono sentito un po’ come Vitangelo Moscarda, ma senza moglie, senza naso storto, senza Pirandello e relativi patemi d’animo.

Intendo dire che vedo la mia immagine che sta cambiando.
Sto invecchiando.
Sarà il mio ruolo sociale di prof. precario, sarà che mi lavo i denti con l’acqua tiepida o i miei pantaloni verde minestra.
Vedo una maggiore maturità nei miei tratti, sempre più rughe d’espressione.

Al contrario di Vitangelo sono felicissimo, non mi sento come un cane a cui hanno appena pestato la coda.

-Il volto della Gruber dopo Mentana su la7 mi ripugna-

Vedo gli ultimissimi strascichi dell’età puberale che finalmente abbandonano il mio corpo, inizio ad avere dolori casuali alla schiena, che gioia.

Tutti giovani, tutti perfetti e i cimiteri deserti perché non riusciamo a far pace con la finitudine nostra. Basta.

…che di questa giovinezza, proprio non se ne poteva più.

PS
Qualche anno fa in questo stesso blog ho pubblicato un post intitolato “Non farò il prof”. Era una cazzata, darling.

Atti casuali di Resistenza all’ordine domestico (degli altri)

437-zoom

Buongiorno mon petit monde, mondo che soffoca. Non piove da troppi giorni, c’è un sole troppo bello per essere vero. Quest’ondata ininterrotta di beltempo freddo corrobora il mio terrore di essere in The Truman Show e che uno degli operatori si sia seduto innavveritamente sul tasto “sole per mesi”.

-E comunque ogni tanto, per non saper né leggere né scrivere, copro con un post-it la webcam frontale del mio computer;
diffido inoltre di chi mi parla in tono troppo entusiastico di qualche prodotto-

Ascessi di energie represse mi tormentano sull’istante, come piccoli geyser; ho la tipica nostalgia di mezz’inverno, di quando le feste sono finite e bisogna tornare alle sudate carte. Forse dovrei fare come il supermercato di via Murari Bra alle Golosine, che ha messo le luci di Natale nel 1999 definitivamente. Si limita a tenerle spente dal 6 gennaio al 20 di novembre.

Nel frattempo mi prudono le mani e quasi mai dormo il sonno dei giusti. Penso sia normale per tutti coloro che hanno fatto il conservatorio. Se studi in conservatorio la vita in sé diventa piuttosto illegittima: hai costantemente l’impressione che in quel momento dovresti studiare al posto di fare quello che stai facendo. Non è una bella eredità da portarsi dietro.

Più il senso del dovere tenta di attanagliarmi le viscere, più mi viene voglia di far dell’altro, tipo scrivere sul mio blog per i miei venticinque lettori.

Per contrastare questa temperie di spaesamento esistenziale derivante dall’inutilizzo delle energie che in epoche peistoriche provvedevano alla sopravvivenza della mia specie,
per contrastare tutto ciò,
sono ormai dedito a una nuova ed innocua forma di disobbedienza civile: sposto cose nelle case degli altri. Intervengo sui dettagli, modifico impercettibilmente l’ordine degli oggetti. Ad esempio, a ferragosto di due anni fa, a casa di una persona che fortunatamente vedo poco ho spostato un libro e l’ho appoggiato in orizzontale sopra gli altri. Tipo così:

OLYMPUS DIGITAL CAMERA

(foto dalla mia cameretta)

Beh ieri sera torno nella casa in cui avevo compiuto il sabotaggio… e attenzione, il libro è ancora lì, orizzontale, oserei dire morto. Da due anni secchi. Libro pregevole fra l’altro; proprio lì, intonso.

L’anno prossimo vi aggiorno, e, come scrivono le boy band veramente cool alla fine dei loro post, #staytuned.

Avevo fatto la stessa cosa in conservatorio, quando avevo ribaltato un orrendo posacenere di peltro in stile Napoleone III di fronte all’aula di solfeggio. Credo sia ancora là, sottosopra.

Concludendo, forse abbiamo davvero troppe cose nelle nostre abitazioni. Questo è il motivo per cui la Resistenza all’ordine domestico è un dovere civico.

Vi giuro che ho provato con reale impegno a leggere Il magico potere del riordino di Marie Kondo, quel libro che vendono persino al supermercato fra i best sellers di Sophie Kinsella e 50 sfum***re d* parmiggiana di melanzane.

Vabbè, camera mia è rimasta un macello comunque.

P.s.
Sabotate anche voi tutto quello che potete e documentatelo.

 

L’uomo che oggi mi ha fatto piangere in mezzo a un incrocio

verona-veduta-1746-jpglarge

Premessa: La montagna incantata di Thomas Mann si candida a diventare una delle cose migliori che io abbia mai letto.
Interludio: Nell’immagine ecco quello che vedeva il Bellotto da Ponte Nuovo nel 1746.

Svolgimento:
Il mio solito horror vacui: giro con libri enormi, oppure con lettori mp3 minuscoli dove carico un milione di puntate di Wikiradio scaricate dal podcast di Radio 3.
Wikiradio è il mio programma preferito: 30 minuti al giorno su un argomento a caso. È il programma ideale per me, che sono ogni giorno a caso. Le idee migliori sulle cose da fare in classe mi vengono quattro secondi prima di entrare in aula.
Wikiradio mi ha fatto compagnia in un sacco di momenti. L’ultima volta che sono stato a Parigi da solo all’audizione per l’Opera Bastille non ho ascoltato altro che Wikiradio: mi permette di acquisire contenuti in momenti in cui non potrei farlo, tipo mentre vado in bicicletta. E ci passo molto tempo col culo sulla bici; non perché io sia un salutista ambientalista, ma perché sono povero e non posso permettermi un motore.

No dai, un po’ ambientalista lo sono, un po’ stile la volpe e l’uva, non ho una macchina ma tanto le macchine fanno schifo e stanno facendo estinguere le api.

Insomma andavo verso Porta Vescovo e all’incrocio dell’università mi viene da piangere; sapete anche voi quanto duri il semaforo di Ponte Nuovo-Via XX settembre. Fai in tempo ad incanutire.
Mi viene da piangere perché c’è la puntata su Tom Simpson. Ciclista inglese, muore il 13 luglio 1967 accartocciato sulla sua bicicletta mentre sta scalando il Mont Ventoux, la tappa più temuta del Tour de France. Ha la pancia piena di super alcolici e di anfetamine. Ci sono 40 gradi sul suolo lunare del monte che già sedusse Francesco Petrarca. Simpson ha gli occhi grigi, è in stato confusionale e continua a sbandare. Si accascia in diretta tv a un chilometro dalla vetta. A terra continua a muovere le gambe come per pedalare su una bicicletta immaginaria. Le sue ultime parole sono biascicate: “On, on, on!”, nel suo inglese aspro (anche se parlava un pregevole francese);

e d’altronde morire, lo fai nella tua lingua madre, per forza.

E a me viene un po’ da piangere, mi vengono gli occhi lucidi, complice il freddo, mi viene un po’ di magone. È strano provare un’emozione così in una situazione così prosaica. Tom si è sparato tutte quelle anfetamine per non sentire la fatica; ma la fatica serve ad avvertirti che se continui così, collassi. Tom non voleva sentire la fatica perché il suo direttore sportivo gli aveva detto che gli sponsor esigevano una vittoria, anche perché era uno dei corridori più pagati del péloton.

Un uomo che non regge alle pressioni è infinitamente e definitivamente uomo. Il sigillo finale.
Sarà anche il primo morto per doping della storia, ma c’è qualcosa di eroico in quest’uomo, qualcosa di -mio dio- prometeico.

Mi ha strappato una mezza lacrima; poi è scattato il verde -dopo un’infinità di tempo- e io ho pedalato, più forte che potevo.

Come ti permetti, Poletti?

1gackl

“Fuga di 100mila giovani? Bene, conosco gente che è andata via e sicuramente il Paese non soffrirà a non averli più fra i piedi. […]”

Rimango esterrefatto e profondamente offeso dalle recenti dichiarazioni del ministro del lavoro italiano.
Ma come si permette?
Come può una figura istituzionale lasciarsi andare a simili esternazioni?
Questo è puro bullismo.
Si gonfiano i muscoli contro i più deboli, contro coloro che, disperati, provano a giocarsi la carta dell’estero.
Quando un’ora di lavoro vale dai 3 ai 7 euro e 50 non resta molto altro da fare, caro Ministro.
Quando il datore di lavoro, datore di sfruttamento, fa spallucce e ti lascia lavorare 5 ore in nero salvo poi darti un vaucher perché sai, meglio non rischiare.

Quelli che se ne vanno cosa sono, degli incapaci che vanno a farsi la vacanzina?
Ma soprattutto, l’Italia sta meglio senza di essi?
Ma anche fossero incapaci, svogliati, demotivati, inetti, terrorizzati dal futuro, non diplomati, magari inclini alla piccola criminalità, privi di mezzi, N.E.E.T., stretti dagli attacchi di panico…
anche se fossero tutto questo, è giusto lasciarli indietro solo perché più deboli?

Io sono un privilegiato; ho i mezzi intellettuali per trovare un po’ di serenità, per credere in me e nell’avvenire. Ho potuto fare degli studi importanti, delle esperienze formative fondamentali. Conosco il valore della parola, posso incazzarmi come una bestia con Poletti e posso scriverlo su un blog, per sfogarmi. Posso trovare la forza di alzarmi, cercare un lavoro, trovarlo. Posso insomma trovare la forza per non sentirmi solo di fronte a tante difficoltà; ho avuto una maestra delle elementari che mi ha insegnato a farlo, una famiglia.

Io sono un privilegiato.

E se questi 100mila che partono non fossero privilegiati come me?

Per mantenermi in Francia mentre preparavo il progetto di dottorato lavoravo in un ristorante. Un giorno arriva un ragazzo siciliano che cerca un lavoro qualsiasi. Non sa una parola di francese. Chissà da quale disperazione viene. Io il francese lo so, e dentro di me ghigno perché nel terrore della disoccupazione, in questo ragazzo che non parla vedo solo un nemico in meno.

Vuol dire essere morti dentro.
Davvero.
Vuol dire fare schifo.
Vuol dire essere sfibrati dalla competizione e dalla dittatura del prestigio.
Vuol dire cadere nella trappola del capitalismo bulimico che ci ingurgita salvo poi abbandonarci.
E io mi pento.

La frase di Poletti sa tanto di darwinismo sociale, di legge del più forte. Solo che, caro Poletti, siamo in uno Stato di diritto, non in una giungla amazzonica.

Vi consiglio di andare sul sito del Senato della Repubblica, e fare una ricerca -ctrl+f- della parola “lavoro” nella nostra Costituzione.

Fai clic per accedere a costituzione.pdf

Scoprirete che il lavoro è un diritto, che:

È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Poletti è come un preside che dice: “Quell’alunno è stato bocciato? Vabbé meglio, tanto non era fatto per studiare”.
Poletti è come un direttore carcerario che dice “Quel detenuto si è suicidato? Vabbé meglio, tanto era solo un delinquente”.
Poletti è la gente che dice “Quella ragazza si è suicidata perché vittima di cyber-bullismo? Vabbè meglio, quella cretina poteva pensarci prima”.
“Ma tanto gli immigrati salgono sui barconi solo per venire qua a fare casino®” giusto?

Intollerabili semplificazioni.

Questo blog prende il suo nome da una celebre frase del maestro Manzi, che si rifiutava di valutare gli alunni. Il maestro Manzi insegnava nelle carceri minorili, e quasi nessuno dei suoi alunni è tornato a delinquere. Il maestro Manzi insegnava alla TV ai vecchi analfabeti. Il maestro Manzi non pensava “Sono in galera? Meglio così il paese non soffrirà ad averli fra i piedi®“.

Questo è il mio Natale.
Io non mi rassegno alla legge della giungla.
Per me l’Italia, la mia patria, deve rimanere inclusiva.

 

Lavorareperstareinsieme-lavorando

welcome.jpg

Macchina, mio papà guida,
macchina che strappa perché l’impianto gpl fa schifo, mio papà che strappa perché tutti vanno piano secondo lui.
Si torna dal pranzo dell’8 dicembre, dal paese delle origini, al confine tra la Lombardia e l’Emilia.
La mia genìa è di antica radice comunista emiliana che mio nonno nemmeno il funerale ha voluto per non avere i preti fra le balle.
E i fascisti le hanno sempre prese quando venivano qui, non manca di ricordare mia nonna.
Ciò nonostante, la festa dell’Immacolata, è sacra.
Ci si ammazza di tortelli e Lambrusco e come stai, come non stai, nel più perfetto stile italico.
Si inizia a respirare un po’ di Natale.

Dicevo, sto tornando -ho immancabilmente mangiato troppo-, la nebbia padana ha la densità dello stracchino e vedo, UN MILIARDO di negozi aperti.

Inutile rammentare che Viola non è con noi perché lavora in un negozio che sta aperto durante le feste. Perché se ti viene voglia di fare la spesa l’8 dicembre, sia mai che trovi qualcosa di chiuso.

Si impone una riflessione: le persone hanno bisogno di lavorare.
Io e Viola siamo una “giovane coppia” che ha bisogno di lavorare.
Per cosa?
Beh, naturalmente per non fare la fine dei bamboccioni; per trovare un buco da affittare e poter stare insieme.
Di solito le persone che stanno insieme, amano stare insieme, sapete com’è.

Ma per pagare un affitto al fine di stare insieme bisogna lavorare.
Bisogna lavorare molto, se si fa tutto con onestà.

(Io verso i contributi sulle ripetizioni e sono un alieno)

Ricapitolando: vuoi vivere con la tua ragazza ma per farlo fai tre lavori i quali ti impediscono di stare insieme alla tua ragazza.
-La quale, mentre tu fai queste riflessioni a casa da solo, sta lavorando-

Qualcosa non quadra, no?

Curre curre – iculum

960

Vi siete mai chiesti quanti vostri curricula

-Cioè boh io ho fatto lettere cazzo lo so che il neutro plurale esce in “-a” fanculo stronzi medici e ingegneri che avete un lavoro-

Vi siete mai chiesti quanti vostri curricula, cartacei o digitali, giacciano da qualche parte nell’universo?

Io penso che con tutti i curricula che sono sparsi per il mondo potremmo, chessò, creare un nuovo pianeta.
-Come in quella puntata di Futurama dove l’immondizia del XX secolo spedita in orbita crea un gigantesco asteroide in rotta di collisione con la terra-

A volte penso che tutti i nostri curriculum un giorno si agglutineranno, raggiungeranno lo stadio ultimo della densità della materia e collasseranno come supernove morenti. A questo punto un gigantesco buco nero super-massiccio inghiottirà il nostro mondo, proprio nel momento in cui…

…cominciavamo ad avere ‘sta benedetta esperienza.

 

 

Il mio regno per un ghiacciolo

tumblr_n5ufnpaVlC1rfd7lko1_400

E fu così che dopo insigni studî di letteratura e filologia, master binazionali d’eccellenza (HAHAHA), diplomi di conservatorio, ebbi un contratto a tempo indeterminato come.. pizzaiolo.

Fra l’altro qui l’indeterminato non è ancora carta straccia come in Italia (ancora per poco?).

L’Italia è una Repubblica fondata sui vaucherdelcazzo.

L’Italia è una Repubblica fondata sulle ripetizioni in nero.

Fra l’altro non capisco per quale motivo gli enti pubblici bandiscano ancora concorsi di svariate pagine quando si potrebbe scrivere:
“La coperativa che risulterà vincitrice sarà quella che pagherà di meno i propri lavoratori. Ce ne sbattiamo il cazzo della qualità del lavoro, basta che costi poco. Ce ne sbattiamo il cazzo della vita dei lavoratori, anche se per mantenere i figli saranno costretti a non vederli mai più. In fede”.

C’è bisogno di sinistra;

quella vera, non quella presunta che compra l’erba dal maghrebino e se la fuma nei centri sociali, quella che si iscrive a filosofia e va fuori corso, quella che si mette i maglioni peruviani e i vestiti super larghi.

I “capelloni” come li chiamava Pasolini sono sempre lì, e sono il male, perché con i loro poster di ceghevara fanno perdere credibilità a chi si oppone seriamente al deboscio della finanza creativa.

Io ho un concetto di sinistra molto semplice: limitare la liberalizzazione del mercato globale perché l’avidità vince sempre. Tradotto: limitare la possibilità di fare un po’ quel cazzo che ti pare.
Faccio un esempio: immaginate di mettete in una stanza un mucchio di denaro contante, delle persone e dir loro: “Avete 40 secondi. Tutto il denaro che riuscite a prendere è vostro”.
Scatterebbe la carneficina. Le persone più forti fisicamente vincerebbero, magari alleandosi tra loro. Magari darebbero una parte del denaro agli organizzatori del gioco per avere 40 secondi supplementari.

Questa è l’immagine che ho dell’economia.

Un’altra esperienza vissuta in prima persona che mi ha convinto della necessità della sinistra risale alla mia infanzia. Da bambino mia madre mi iscriveva ai centri estivi comunali, ci buttavano in una scuola, facevamo i lavoretti e le scenette, io mi divertivo e stop.
Un giorno noi marmocchi facciamo particolarmente casino e gli animatori al colmo della disperazione ci radunano per ristabilire l’ordine. Ci dicono “Oggi vi siete comportati veramente male; volevamo portarvi in palestra a giocare, ma non lo meritate. Tuttavia vogliamo darvi un’ultima possibilità: se rimanete in silenzio 10 minuti di orologio è pace fatta. Ma al quinto bambino che apre la bocca, vi giocate la possibilità di giocare in palestra e restiamo qui”.
Indovinate come è andata a finire. Cinque di noi non hanno resistito alla tentazione di dire una parolina all’amichetto del cuore, e ciao palestra.

Non mi pronuncerò sull’opportunità pedagogica di una simile iniziativa a dire il vero un po’ sovietica. La mia generazione è stata forse l’ultima a sperimentare un po’ di durezza da parte dei propri educatori o genitori. Fra il mio vissuto scolastico e quello di mia sorella che ha quattordici anni in meno di me c’è un abisso. Anche tra le bacchettate che hanno preso i miei genitori e me c’è un abisso.

Comunque, tutto questo per dire che quel pomeriggio di luglio con l’asfalto che si scioglieva, il cortile della scuola arido come l’Arkansas, i cartoni mediaset che nutrivano il mio immaginario, ho capito come dinnanzi un’epifania che le masse non sono in grado di autoregolarsi; che l’interesse personale prevale sempre su quello della collettività, a costo di nuocerle gravemente.

È stata la genesi del mio pensiero politico, il primo afflato rivoluzionario della mia vita, mi è spuntata una barba estemporanea e ho iniziato a cantare l’Internazionale comunista preso da un’epilessia marxista.

Poi mia mamma mi ha comprato un ghiacciolo e tutto è tornato alla normalità.


 

Scrivere, Grenoble 03:20 del mattino

OLYMPUS DIGITAL CAMERA
OLYMPUS DIGITAL CAMERA

Sfrondare,
ripulire la prosa è difficilissimo nell’era della videoscrittura poiché potenzialmente si hanno tutte le varianti del testo simultaneamente davanti agli occhi.
La sintesi e la leggerezza ne risentono.
3000 mots, s’il vous plaît
Potenzialmente, non si finisce mai di rivedere uno scritto sul computer: si può modificare una frase un milione di volte a seconda di come ci si sente quel giorno, limare verbi, accentuare aggettivi.
Ecco perché la scrittura sta diventando una cosa per gente davvero sicura di sé.
In più quando hai nel respiro una lingua sublime e tortuosa come l’italiano;
è un’emorragia totale
Ciò nonostante continuo a scrivere; Eva è accartocciata sul divano e dorme da diverse ore con un plaid che neanche le copre tutto il corpo. Credo abbia freddo.

è ora di lavarsi i denti, andare a letto, addormentarsi dopo neanche una facciata di quello che leggerò stasera, imperterrito.

Grenoble 2:50 del mattino

Piazza SBP

Se solo si riuscisse ad eliminare ogni movimento dell’anima giudicante dalla scrittura e dal pensiero. Come volevano fare Carver ed Hemingway. L’anima giudicante è quella parte delle cervella che interpreta il mondo secondo categorie binarie. Interpretare il mondo secondo categorie binarie pertiene più alle macchine che agli umani,
e no, nemmeno voglio dire quella parola, computer con la u che goffamente si pronuncia iu.

Per questo motivo tento di non giudicare più; intanto perché il confronto con Leone Ginzburg mi ucciderebbe; in secondo luogo perché non so stare da solo e non so affrontare gli stati della materia di cui sono composti gli anni che ho vissuto finora. Dico composti perché composti contiene la parola compost che è quell’ammasso di vermi che decompone cose tipo l’umido. Smaltire i rifiuti organici in questo modo soulage (il verbo mi è venuto prima in francese, che volete farci) il nostro senso di colpa. Il senso di colpa deriva dal fato che viviamo all’interno di un modello di sviluppo malvagio, guasto, obeso, drogato, isterico. La contraddizione si cela dietro ogni azione. Per protestare contro lo sfruttamento dell’ambiente ci vestiamo con panni tinti in Bangladesh, e magari andiamo alla manifestazione a Milano in macchina. Per andare a Milano abbiamo creato larghissimi nastri d’asfalto nero. Per garantirci tutte queste comodità abbiamo seppellito la nostra anima-giudice, perché se prendessimo alla lettera un’etica equilibrata imploderemmo come stelle morenti sovraccariche di materia all’inverosimile. Noi siamo sovraccarichi di materia all’inverosimile. Ogni tanto mi chiedo infatti quanta materia mi appartiene, e il suo eventuale peso espresso in chilogrammi. Se si sommasse il peso di tutte le cose che ho. Ho un senso di soffocamento.

La chiesa non serve più a nulla. Almeno, non mi serve più a nulla. Non ho paure o turbamenti che la religione possa in qualche modo placare. I riti religiosi mi mettono angoscia, i credenti mi inquietano. Credo molto di più nella psicologia se è per questo; nella capacità greco-tragica di mondare l’anima, senza Agnelli di Dio. Credo nella rigenerazione della psiche. Credo anche che la volontà abbia un certo ruolo nelle nostre vite miserande. Credo nei figli che genererò; nell’arte; credo in una sorta di umanesimo latente e disperato. Vedo persone che fondano la loro etica non su basi religiose e io sono fra esse. In realtà ho paure e turbamenti, come tutti. Ho una forte ipocondria e senso di panico. Mi sento spesso sull’orlo di un precipizio. 

Il malessere dell’uomo sta nel fatto che non è più capace di starsene da solo in una stanza. Per questo ubriaco il mondo di parole e segni, nel tentativo disperato di sentirmi meno solo. Un mio amico invece crede nel progresso. Non a caso è un informatico. Se hai a che fare con la tecnologia credi per forza nel progresso; se hai a che fare con PierPaoloPasolini e con AlbertoMoravia e in genere con la letteratura non credi più a un cazzo. Anche i romanzi si stanno dilaniando da soli come troppi pesci in un acquario che non ricevono più cibo. Esce un libro ed è immediatamente traducibile in una cinquantina di lingue. Questo mi preoccupa. L’uniformità del linguaggio mi preoccupa. Il fatto che l’italiano con cui mi esprimo sia sempre più limitato. La banalità vischiosa che tarpa le ali dell’albatros come fosse petrolio. Petrolio è etimologicamente un errore. Chiamiamo da decenni una cosa che ci ossessiona con un nome del tutto incongruo.

Mi preoccupa insomma il fatto che non riesco mai davvero a fare i conti con la mia esistenza. Riesco solo a pormi mete nuove da raggiungere e mentre avanzo verso di esse mi sento un cavallo con quei paraocchi che consentono una visione anteriore estremamente parziale. In realtà non è vero che non ho paure e turbamenti; al contrario, ne ho molte, e diversissime fra loro. Ma sono bravo a sospendere i giudizi e ad fare finta che le cose brutte non esitano. Sono bravo ad allontanare i brutti pensieri. Questo mi porta verso un’abulia filosofica che vorrei controllare ma che finalmente non controllo. Facebook mi faceva sentire come un topo in gabbia e quindi ho cancellato il mio account. Non voglio tornarci Cristo. Dato che i miei giudizi sono sospesi non mi occupo più, purtroppo, di politica; non mi interesso di quello che succede perché ho un’idea di come dovrebbero andare le cose che si scontra con lame affilatissime. Sento la stretta del nichilismo (o della pigrizia?). Provo spesso vergogna, mi preoccupo troppo dell’opinione degli altri. Desidero il prestigio. Questo fa di me un povero coglione.

Ci mostriamo indignati per i bambini che muoiono ad Aleppo in Siria, ma allontaniamo il pensiero che l’hamburger che abbiamo appena mangiato e che la maglietta euro 9,99 di H&M che abbiamo appena comprato non fanno altro che alimentare il sistema che ha fatto in modo che quel bambino morisse in Siria. È il classico battito d’ali di farfalla a Pechino che fa piovere a New York. Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma.
In montagna, fate attenzione alle vipere.

Grazie a Dio che a 15 anni non c’era mica l’Internet

eb0afefc-6029-43e9-a433-dcb5d1d45a5e

Ho già spiegato ampiamente cosa penso dei Social Network; o meglio, cosa penso di Facebook, perché quello uso: appaga il tuo ego quando pubblichi le tue mille foto delle tue mille serate e quantocazzomidiverto. Poi quando ottieni un successo è figo farlo sapere al mondo; nel mio caso misonolaureato, hofinitoilconservatorio et cetera; oppure oggi sono andato in bicicletta e ho fatto tantissimi km e sono andato super veloce quindi i miei compagni delle medie che mi motteggiavano per la mia insipienza calcistica dovranno ricredersi sulle mie capacità sportive (sempre tratto dalla mia autobiografia).
Siamo altresì d’accordo sul fatto che Facebook sia il demonio assoluto quando devi fare qualcosa di importante tipo scrivere delle tesi di laurea o dei progetti di dottorato.

(Fra l’altro i francesi per ridere storpiano Facebook in Fesses de bouc, che significa chiappe di caprone)

Comunque sia, quello che mi fa orore è il fatto che ci siano persone molto giovani che utilizzano queste tecnologie del tutto ignare del fatto che un giorno se ne pentiranno amaramente.
Ora, io ritengo che tutti noi abbiamo diritto all’oblio assoluto di alcune fette della nostra esistenza, segnatamente l’adolescenza, o peggio ancora la preadolescenza. La *sbarbitudine è un fatto privato, che deve passare stringendo i denti, il più velocemente possibile.
Perché oggettivamente, quei goffi tentativi malandati di dire al mondo che stiamo uscendo dalla fanciullezza, sono davvero imbarazzanti. Sono necessari, ma imbarazzanti.
No, voglio dire, e quando arriva il primo amore che a noi maschietti ci fa spruzzare nelle mutande e totalizza ogni nostra già scarsa risorsa cerebrale?
Io vedo coppie che dichiarano su Facebook il loro amore. E se a 15 anni avessi avuto l’internet probabilmente lo avrei fatto anch’io. Fortuna che il computer io ce l’ho avuto a 18 anni grazie alla lungimiranza di mia madre. Perché prima di quell’età non si può davvero avere accesso a tutta quella pornografia acrobatica. Ti si frulla il cervello. Pane e fantasia, o al massimo postal-market prima dei 18, per carità.

Io a 15 anni scrivevo canzoni rap, *zio.
Sono ricordi difficili da affrontare…
Poi eh, avevo anche una certa dimestichezza con la lingua italiana, però la mia vita non era in fondo poi così difficile come avrei voluto che fosse; non avevo abbastanza sfighe da autorizzarmi a scrivere canzoni rap. Andavo a scuola, mangiavo un panino tornavo a casa guardavo i Simpsons, suonavo la chitarra elettrica, uscivo con gli amici storici del quartiere. Si poteva fare insomma.
Vabbè ok cioè eravamo tutti presi da Eminem e quando camminavamo per le Golosangeles* ci sentivamo un po’ a Detroit on the other side della 8 mile. Poi inspiegabilmente a 15 anni avevo deciso di smettere di tagliarmi i capelli in segno di protesta (contro cosa?), quindi giravo con questa massa pelosa in testa che nunsepotevavedé. Per non parlare delle braghe larghissime. Poi scrivevo Fu** the system, Keep on rockin’ in the free worldLose yourself, Nirvana in ogni angolo di muro libero e su ogni panchina. Et cetera.
Non ridete, al massimo sorridete: lo facevate anche voi. E anche voi aspettavate la Christmas card per *messaggiare, Gesù grande.

Ok di cose iper-imbarazzanti sulla mia adolescenza ne avrei da raccontare fino a domani mattina. Però, quelle poche che sono rimaste per iscritto di quegli anni maldestri e acerbi, grazie a Dio, sono bloccate per sempre su pagine di diario nei cassetti più reconditi della mia stanza. E vi resteranno in eterno. Le tirerò fuori un giorno se vorrò farmi una risata.

Sono davvero preoccupato per coloro che al contrario di me in questo momento stanno sbandierando la loro adolescenza su Facebook o da qualche altra parte.

Dio benedica la discrezione. E anche un po’ Eminem va’.

*storpiatura del toponimo del mio quartiere, le mitiche Golosine.