Sera, tecnologia e Mediterraneo.

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Sera, quasi mezzanotte. Il computer è silenzioso, aperto sulla scrivania, circondato da libri che potrebbero offrire una qualche soluzione. A cosa, poi? Difficile a dirsi, ma di fatto mi piace pensare che ogni autore della storia  della letteratura abbia scritto per rispondere a qualche mancanza. Accanto al computer c’è una tazza di caffè appena fatto. Il vapore che esala è ipnotico, crea figure evanescenti e scompare. Mi siedo, accendo la lampada da tavolo, il silenzio è appena disturbato dai suoni della collina: volatili notturni, stormire di foglie alla minima bava di vento, un neonato che vagisce, in lontananza; 

è difficile non farsi disturbare dal telefono, così decido risolutamente di metterlo in modalità aereo. Mi sento ridicolo a dovermi imporre di rinunciare a una delle grandi comodità dell’Occidente industrializzato, -senza navigatore satellitare, d’altronde, chi mi avrebbe portato sulle Dolomiti a camminare questa mattina?- quantomeno per qualche mezz’ora. La smania di guardare lo schermo, croce e delizia del nostro esibizionismo, è il riflesso di un’attesa. La necessità di controllare il cellulare appartiene agli ottimisti. Ho fiducia che sui social network troverò qualcosa di interessante. Ho fiducia che avrò conversazioni coinvolgenti, che mi arriverà l’e-mail che stavo aspettando. La fiducia nei nostri dispositivi tecnologici è diventata fede. Un avvenire luminoso è il paradiso laico di questi anni sovraccarichi, e verosimilmente si annuncerà con un’e-mail. 

Giunge notizia di una ragazza tedesca, mia coetanea, che ha sfidato un’Italia ostile, miope, succube sempre più dei sordidi meccanismi della propaganda. Mancano strumenti culturali per difendersi dalle più becere semplificazioni, dall’elementare e ferina equazione Noi = Bene, Loro = Male. Coloro che governano, legittimamente eletti, soffiano sul fuoco della frustrazione nazionale, offrono facili capri espiatori. La politica, la più bella delle arti, che è gestione oculata del Bene Comune, è sostituita dall’aggressività, ha perso l’eleganza che dovrebbe contraddistinguerla. Nel frattempo il nostro debito pubblico schizza alle stelle, e non è affatto chiaro chi lo pagherà. I disoccupati forse credono davvero che la colpa delle loro sventure sia di quei 40 disperati che preferiscono il rischio della morte alla certezza della sofferenza nei loro paesi d’origine. 

La mia cultura di riferimento, quella europea, ha dimenticato, o finge di dimenticare che ha spadroneggiato nel mondo intero per secoli, perpetrando ogni sorta di abuso nei confronti delle altre popolazioni. Tutt’ora il low-cost di cui beneficiamo in qualsiasi comparto produttivo esiste perché qualcuno, altrove, paga per noi rinunciando all’istruzione, alla salute, a diritti che per noi stessi consideriamo inalienabili. La febbre coloniale che ha inaugurato l’età moderna ci ha concesso il progresso, la stabilità, la ricchezza. E quei poveretti sulla Sea Watch 3 sono la Storia, che bussa alle nostre coscienze e viene a chiederci il conto per secoli di imperialismo.          

Porto la tazza alle labbra, bevo l’ultimo sorso del caffè che ormai si è freddato. Ripenso alle mie sciocchezze quotidiane, all’infantilismo di alcune mie pretese, al falso disagio psicologico che devo crearmi, perché a me non manca nulla. 

Io non sono Carola. Al massimo, dalla mia comodità, donerò qualcosa per sostenere le spese legali della sua Ong.

Eppure, il mio dovere minimo è riflettere su queste cose, provare a scriverne.     

 

Cene finali, mia madre e Albert Camus

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Photo by Engin Akyurt on Pexels.com

Sono sommerso di burocrazia,
giugno si sa, è così. Da una parte detesto le carte che devo produrre al lavoro, per la dichiarazione dei redditi e via dicendo; dall’altra la burocrazia è figlia dell’Illuminismo che scelse di abolire i privilegi nobiliari aprendo ad un rapporto più diretto fra il cittadino e lo Stato; quindi alla fine sopporto e grido Allons enfants de la Patrie!

In realtà la dichiarazione dei redditi è, tutto sommato, il prezzo dell’entrata nella vita adulta,
come l’ansia, le bollette, chiamare il medico senza farlo fare alla mamma.

Per quanto concerne il mio modesto lavoro di insegnante precario, questo è il momento del raccolto; non intendo culturalmente, ma intendo che questo è il periodo delle rutilanti cene di fine anno scolastico. A me piacciono moltissimo le cene, infatti ne faccio molte a casa mia, ma ancor più mi piace esservi invitato.

Una variante che amo delle cene di fine anno sono le cene colleghi. Le cene colleghi servono in ultima analisi per essere tutti un po’ avvinazzati e dire cose catartiche non dette durante l’anno. Tutte le categorie professionali credo facciano le cene colleghi al termine di un lavoro. Quello che mi chiedevo stamattina è se anche i cast dei film pornografici organizzassero questi banchetti:

*attore che si sta asciugando le pudenda*
-A regà, m’è venuta fame, se famo pizzetta stasera?
(L’attore abita sulla Tiburtina)
Verosimilmente, come alle cene docenti si ricordano episodi faceti, lo stesso dovrebbe avvenire anche alla cena finale di Rocco e le casalinghe annoiate:
Prof 1 a prof 2: “Ehi ti ricordi quando hai firmato il registro sbagliato, che mattacchione”
Ha ha ha
Attrice ad attore: “Ehi ti ricordi quando hai eiaculato nel posto sbagliato al momento sbagliato?”
Ha ha ha

Comunque, tornando alle cose serie, quest’anno sono stato molto attento a non ammorbarvi con le mie tirate sentimentali “Oh quanto bello è il mio lavoro” stile Attimo fuggente di serie B. L’ultima fase di questo decadimento nervoso credo sia pubblicare su facebook vignette tratte da pagine (di cui immagino il titolo) tipo Insegnare: la nostra missione o La dura vita del prof dove rivendichiamo che non è vero che facciamo tre mesi di ferie d’estate.

Eppure, è vero che nella scuola tocca anche a noi poveri la nostra parte di ricchezza e se quest’anno non ho scritto nulla di particolare è perché sono stato sostanzialmente felice, sereno e tutto è andato liscio. A conferma di ciò, ieri parlavo con mia madre: si è rotta una spalla e questo forzato distacco dalle occupazioni quotidiane l’ha ammantata di un’improvvisa saggezza; mi ha chiesto “Come va” rispetto a diversi aspetti della mia vita. Uno in particolare. Io ho risposto “Molto bene sai”. Mia mamma ha detto “Fermo. Stai zitto, non dire niente e goditi solo il momento”.

Sono rimasto un po’ colpito perché non ho ancora imparato a starmene zitto. D’altronde, se fai lettere è perché di base le parole ti piacciono. Tutto questo mi ha fatto pensare ad Albert Camus, al suo a dir poco esiziale Lo straniero: è un testo breve, lucidissimo, che non ha altro fine se non metterti angoscia per il non-senso della vita. Mi è parso un’estremizzazione di Madame Bovary, in cui la cosa più terribile non è ciò che è scritto, ma ciò che l’autore lascia alla nostra immaginazione non fornendo ulteriori dettagli.

Da Lo straniero:
Mi sono scrollato via il sudore e il sole. Ho capito che avevo distrutto l’equilibrio del giorno, lo straordinario silenzio do una spiaggia dove ero stato felice. Allora ho sparato quattro volte su un corpo inerte dove i proiettili si insaccavano senza lasciare traccia. E furono come quattro colpi secchi che battevo sulla porta della sventura.

*in my head*
E ALLORA?! E DUNQUE?! SPIEGAMI PERCHÉ CAVOLO HA SPARATO, COSA GLI È PASSATO PER LA TESTA VIVADDIO

Tecnicamente questo procedimento si chiama reticenza (o aposiopesi se proprio vuoi fare l’erudito); sembra essere la negazione stessa della letteratura, perché in fondo io non sto scrivendo, sto solo creando un vuoto, un abisso gigantesco che può inghiottirci tutti con terrore di ubriachi. La vertigine del non detto, l’horror vacui che non riesco a scrollarmi di dosso.

Non per forza la reticenza deve avere una connotazione negativa, infatti Dante la usa per esprimere la meraviglia nel Paradiso. Il mio verso preferito in assoluto della Divina Commedia è A l’alta fantasia qui mancò possa: tradotto, più di così, o mio lettore, io non posso fare.

Concludo dicendo che cercherò di starmene un po’ più zitto:
*Spoiler alert*
Non ci riuscirò.

 

P.s. Se vi infastidiscono gli spazi vuoti, fate un giro al Vittoriale di Gabriele d’Annunzio.

 

 

Il week-end è morto, viva il week-end!

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Madame Bovary è un libro chirurgico e spietato: c’è una sostanziale contraddizione fra il suo farsi leggere così piacevolmente e la gravità del tema trattato.
Di solito mi piace sottolineare i passaggi più significativi dei libri; con Flaubert è impossibile, perché bisognerebbe prendere in mano la matita ad ogni singola pagina.

Flaubert non ha la rarefazione di Dostoevskij, che quantomeno lascia il tempo di prendere fiato tra un senso di colpa e l’altro.

Quello che trovo geniale e insopportabile di Madame Bovary è che obbliga di continuo il lettore a fare i conti con la propria esistenza, a chiedersi quanto sia autentica la vita che sta conducendo; a confrontarsi con la sua mediocrità.

questa domanda e la risposta che segue penso siano ciò che spaventa di più l’uomo contemporaneo, che infatti mette in atto svariati meccanismi di rimozione, più o meno consapevolmente.

Io ieri mi sono comprato delle scarpe nuove, ho pubblicato due story su Instagram, mi sono perso nei “fumi del barismo cordiale” e ora sto scrivendo.

Il week-end è morto, viva il week-end!

Agosto è una domenica che non finisce mai

Considerazioni casuali odierne:

1- Agosto è una gigantesca domenica che non finisce mai. Io detesto la domenica e non occorre un complesso sillogismo per capire che detesto anche il mese di agosto.
Agosto è un mese così letargico che quasi quasi ti tocca fare i conti con te stesso.
Le vacanze sono sempre un po’ sintetiche, l’asma non è mai passata e non ho mai scritto romanzi erotici, bensì mi interessa la giallistica.

2- C’è qualche altro psicopatico che riascolta i propri vocali di whatsapp dopo averli inviati? Ditemi che non sono il solo.

3- Possibile che quasi tutte le avanguardie artistiche fossero a Parigi nei primi decenni del Novecento?

4- Ascoltare i Baustelle rende tristi però è bello lo stesso.

5- Quasi sempre è un errore ritenere che il passato sia meglio del presente, altrimenti si cade nell’errore di Sergéj Aleksándrovič Esénin, il quale in Confessioni di un malandrino ammette:

Son malato d’infanzia e di ricordi 
e di freschi crepuscoli d’aprile

6- Nella medesima poesia troviamo il distico:

Quest’oggi ho tanta voglia di pisciare
Dalla finestra mia contro la luna.

Il che mi ha fatto sorridere perché una volta da adolescenti io e un mio compare abbiamo pisciato di notte giù dal balcone di un’amica. Ne abbiamo riso molto. Che cretini.

Da solo, al cinema.

"My opinion is I hate it"
“My opinion is I hate it”

Le persone che fanno le cose in solitudine ingenerano sempre un po’ di diffidenza negli altri. Non so se ciò sia dovuto a qualche paradigma sociale: l’immagine del successo spesso significa avere un numero esorbitante di contatti. Insomma, avete presente quelli super-fichi che conoscono il mondo?
Una sera mi sono ritrovato a mangiare una pizza da solo in centro, perché avevo un impegno più tardi e non avevo tempo di tornare a casa. Vi dirò, mi sono sentito un po’ osservato.
-o forse sono paranoico, non lo escludo-

Anyway, a proposito del sentirsi osservati, ieri è accaduto ciò che temevo da tempo e che sapevo essere inevitabile. Per il compleanno di un amico si sale all’Hype* e in mezzo alle luci stroboscopiche e al reggaeton più becero sento un “ODDIO SALVE PROF”.

*evento mondano collinare caratterizzato da musica da discoteca, alcolici e licenziosità.

Tornando alle cose fatte in solitudine, solo due volte sono andato al cinema con me e me medesimo: una volta a Grenoble perché proprio non trovavo nessuno di abbastanza radical chic da venire a vedere Conversation animée avec Noam Chomsky

…e questo giovedì sera perché a Operaforte, al cinema all’aperto davano Midnight in Paris. Quest’estate sublime e piovosa ha scoraggiato buona parte del pubblico, me compreso. Eppure, anche se c’era ancora qualche goccia nell’aria, mi sono concesso una deviazione per vedere se il film lo proiettavano comunque. Con mia somma gioia mi sono avvicinato e ho visto da distante il profilo di Parigi che domina le scene d’apertura. Ah giusto, perché per inciso Midnight in Paris lo conosco più o meno a memoria.

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-Non aprirò un capitolo sulla qualità della pellicola, sulla sua banalità, sul fatto che sia terribilmente commerciale e sdolcinato, sul fatto che sia un’ininterrotta pubblicità della Ville Lumière per turisti asiatici, sul fatto che non abbia alcuna rilevanza sociale, che non abbia questo grande spessore filosofico, che mostri una città che in sostanza non esiste, sul fatto che i film d’amore hanno rotto il cazzo, sul fatto che Woody Allen ormai è finito e altre cose da vero intellettuale cinefilo. Dirò solo che in alcuni momenti apprezzo decisamente Marcel Proust e Umberto Eco, in altri adoro i thriller-gialli dozzinali da edicola dell’aeroporto-

La pioggia era caduta copiosa sulle seggiole davanti allo schermo. Ho pagato il biglietto e in due due quattro avevo i jeans fradici. Ogni volte che partiva Bistro Fada e ogni volta che Marion Cotillard sorrideva, io sorridevo altrettanto e fortunatamente nel buio non mi vedeva nessuno. Gli sproloqui alquanto verosimili del personaggio Hemingway non mi lasciano mai indifferente, il personaggio caricaturale di Dalì mi ha fatto ridere, come di consueto. Saremo stati una ventina al massimo, spettatori fedelissimi.

Per ciò che Parigi rappresenta per me, per i ricordi a cui è legata quella città, devo ammettere che Midnight in Paris mi regala sempre qualche momento mistico. Chiudo citando Andrea Inglese, che nel suo Parigi è un desiderio scrive:

Parigi è questo sogno che mi sono fatto prima ancora di averci messo piede e quando della vita sapevo poco, ossia quando pensavo di sapere che cosa contasse o meno in una vita, che è un tipo di sapere di corta durata, molto florido tra i diciotto e i venticinque anni.

 

 

Il mistero della foto in biblioteca (Diario veronese estivo)

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Considerazioni casuali, estemporanee e sconnesse sugli ultimi giorni, ovvero cose che faccio vedendo gente:

1- In biblioteca civica c’è un energumeno della “sicurezza” che gironzola con fare guardingo fra i volumi. Il passo è pesante e il pavimento ligneo del terzo piano scricchiola; ha una pistola nel fodero la cui canna beccheggia secondo i movimenti delle sue anche. Mi guarda mentre studio e mi inquieta.
Se davvero abbiamo bisogno di un tizio armato in questo luogo, il disagio della civiltà è allo zenit.

2- Mi basta poco per essere felice, ad esempio ho escogitato un ingegnoso (secondo me) metodo per fondere tra di loro con l’acqua calda le saponette nuove con i frammenti di quelle vecchie ormai inutilizzabili. Non ne potevo più di tutti quegli ossi di seppia profumati in giro per il bagno. Non buttandoli via godo di un’armonia panica con la natura stile San Francesco d’Assisi che ammansisce i lupi. Sì, tendo a sopravvalutare la quotidianità.

3- L’altro ieri un tizio ha strombazzato furiosamente il clacson dietro di me perché mi è morta la macchina. Immagino credesse che la sua aggressività mi avrebbe fatto girare la chiave più rapidamente.
(La macchina è di mia sorella, la quale pretende addirittura che io getti i sacchetti vuoti di mandorle che consumo a bordo. Anche le mandorle sono sue)

4- Qualche sera fa ho visto un ragazzo che in maniera estremamente gentile chiedeva a delle ragazze se poteva offrir loro qualcosa da bere, secondo il più classico degli approcci. Le suddette l’hanno squadrato come fosse stato un alieno pericoloso per l’umanità intera. Mi è dispiaciuto, almeno due chiacchiere falle.
P.S. giuro che il ragazzo in questione non sono io, giuro. Io ero con Simone e parlavamo di motociclette, bici, contrabbassi e fori alle orecchie.

5- Continuo, quasi quotidianamente, a prendere pioggia. Arrivo a casa che so di cane selvatico delle praterie. Continuo, quasi quotidianamente, ad asciugare con mezzi di fortuna la pioggia sul pavimento del bagno, visto che dimentico sempre l’abbaino aperto.

6- Ho acquistato degli occhiali da sole grazie ai quali mi sento estremamente cool
salvo poi non poterli indossare perché sono miope come una talpa.

7- Da un po’ di tempo sto leggendo Michele Mari, perché uno che scrive una raccolta di poesie dedicate all’amore mai davvero sbocciato per una compagna del liceo mi incuriosiva. In Tutto il ferro della Tour Eiffel, preso in biblioteca, ho trovato la foto di un tramonto. Qualcuno l’ha lasciata fra le pagine. Queste cose mi fanno impazzire, mi appaiono come risibili magie urbane.
Autore dello scatto, se mi stai leggendo, ti rendo la foto volentieri, altrimenti la lascio nel libro e altri come me godranno della sua appropriata presenza.

8- Sto ascoltando con estrema voluttà la seconda jazz suite di Dimitri Shostakovitch; adoro la sua capacità di parodiare il mondo dei valzer che nel 1938 si era già accartocciato su sé stesso come un gigante dai piedi d’argilla. Trovo ironico che la trasposizione nella contemporaneità di questa suite sia stata a cura di Stanley Kubrick in Eyes wide shut: quando inizia il secondo valzer mi vedo già Nicole Kidman nel bagno della sua meravigliosa casa di New York. La Vienna di Arthur Schnitzler, Sigmund Freud e Karl Kraus non è poi così diversa dalla New York degli anni ’90 fra crack e oppiacei.

9- Mi avviliscono e mi inquietano i segni neri come il carbone che restano sul marmo delle fontane su cui l’acqua non scorre, o sugli anfratti di pietra non lambiti dalle piogge.

10- Stamattina ho messo via il barattolo del caffè salvo poi riaprirlo perché non l’avevo sniffato a sufficienza.

Gite scolastiche

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Notte casuale di inizio estate, Verona, 2018.

Rientro a casa, nel sottotetto in collina dove vivo; la brezza del nord fa ondeggiare le tende della camera, che lambiscono le copertine dei libri che tengo sul comodino. Tengo sempre le finestre socchiuse, mi piace la luce e qui di macchine non ce ne sono. So già che non dormirò il numero di ore realmente necessario al mio sistema nervoso, quindi tanto vale. Cambio le lenzuola e ho la forza di fare una doccia, per poi abbandonarmi a quella sparuta estasi domestica che è il coricarsi freschi su un copriletto che sa ancora di ammorbidente.

Mi torna in mente qualche gita scolastica al liceo, quando si stava svegli tutta la notte perché c’era della magia nell’aria, e c’erano sigarette e alcolici di scarsa qualità, senso di liberazione dalle assurde pretese dei genitori, tipo essere ascoltati. Il ragionamento (invero inattaccabile) che si faceva tutti stipati in una sola camera era: “Tanto anche se ci addormentiamo adesso non è che domani siamo riposati; a questo punto non dormiamo proprio”. Ripenso a una mia compagna che in gita si era portata i libri per studiare, che quando torniamo siamo pieni di verifiche e interrogazioni.

Lo scorso novembre, ho portato la classe dove insegno lettere in viaggio a Parigi. Treno notturno, e i treni che viaggiano di notte, contrapposti al fragore rapido e incolore degli aerei, già di per sé meritano di stare nell’Olimpo della poesia contemporanea. Mi alzo dalla cuccetta in cui non riesco nemmeno a stendere le gambe, percorro il piccolo corridoio verso il vagone ristorante. Mi rassicura che anche a quell’ora qualcuno sveglio dietro un bancone possa farmi un caffé, seppure ad un prezzo spropositato. Arrivo alla carrozza-caffè, la luce mi brucia per un attimo gli occhi, mi obbliga a sbattere le palpebre e sento un vociare inconfondibile: la mia classe è lì, alcuni giocano a carte, altri ridono. Di dormire non se ne parla proprio e a me sembra impossibile essere passato dall’altra parte della barricata.

Spengo l’acqua della doccia, strofino i denti, entro in camera: silenzio, luce soffusa, camicia per il giorno seguente che non ho voglia di stirare, lo farò il mattino sacrificando la colazione; devo scegliere un libro di cui leggerò poche righe prima di addormentarmi. A togliere tempo alla lettura è il cellulare: prima di metterlo in modalità aereo una capatina sui social è d’obbligo, stupidamente, per leggere un’ultima notizia, o forse perché abbiamo tutti una malcelata dipendenza dai nostri dispositivi. Il mio guardare il telefono deriva dalla speranza, poche volte soddisfatta, di una svolta inattesa. Qualcuno che mi scriva chissà cosa da chissà dove. Il mio Godot, se giungerà, mi invierà un vocale su whatsapp. E poi, va puntata la sveglia, quelle 6:45 che fanno male. Una delle invenzioni più atroci degli ultimi decenni è quell’impietosa scritta sullo schermo “Sveglia impostata fra 4 ore e 17 minuti”.

-Ieri ho comprato una sveglietta quadrata della Casio in un negozietto di piccoli elettrodomestici-

In questo articoletto volevo scrivere tutt’altro, ma di fatto sono finito qui. La domenica fa schifo, sempre.

 

In difesa dell’Esame di Maturità (sessione 2018 e precedenti)

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Sono un giovane insegnante di lettere precario, e di certo non posso vantare i titoli e l’esperienza del prof. Claudio Giunta. Eppure, con il minimo di cognizione di causa che posso avere sull’argomento, vorrei rispondere ad alcune obiezioni ch’egli ha mosso alla prima prova di maturità su Internazionale.

Pochi giorni fa ho letto con interesse l’articolo in questione, dal titolo Sulle tracce della maturità, dove “tracce” credo possa intendersi sia come “titoli di tema”, sia come domanda generica sul senso di un esame che, contrariamente a quanto una prova finale dovrebbe fare, licenzia positivamente il 99,5% dei maturandi.

La questione è legittima: se passano tutti, dove sta la serietà dell’Esame di Stato? Eppure, non credo si possa derubricare la maturità ad un pro forma, per una serie di ragioni. La prima è che, al di là dell’esito, si tratta di una prova in cui il candidato è chiamato a misurarsi con conoscenze apprese durante il suo intero ciclo d’istruzione. La mole di lavoro è tale per cui l’esame è un primo assaggio di ciò che viene richiesto all’università: indimenticabile alla facoltà di Lettere il primo esame di letteratura italiana, dalle origini ad Alessandro Manzoni con tanto di Divina Commedia senza che il professore indichi “le pagine precise da studiare”, come chiedono insistentemente i liceali alla vigilia di ogni interrogazione.

Nell’ambito di un esame universitario non è possibile imparare tutto a memoria con la precisione delle poche pagine del libro del liceo, allora sorge la necessità di impiegare una competenza diversa da quella compilativa. L’Esame di Stato è insomma un primo banco di prova, con l’incognita del trovarsi davanti a professori che non conoscono gli studenti, proprio come accade nel mondo accademico.

L’interdisciplinarità della scuola secondaria, contrapposta al sapere specialistico che si sviluppa in ambito accademico è da preservare strenuamente. Non dobbiamo dimenticare che Galileo Galilei, mentre decifrava i caratteri matematici del libro dell’Universo, si preoccupava di forgiare una lingua letteraria comprensibile da tutti, con la stessa lena dei grandi scrittori.

Venendo alla qualità della prima prova proposta dal Ministero, essa mi sembra lodevole nella misura in cui le tracce di quest’anno hanno una spiccata connotazione politica. Non intendo con politica quel guazzabuglio di istanze engagés che sono solo ricordi di una militanza ormai datata; parlo di politica come arte del preservare il bene comune: mai come in questo frangente storico abbiamo avuto bisogno di Giorgio Bassani, della sua ironia nei confronti dei fascisti beoti che cacciano gli Ebrei dalle biblioteche, non certo per usufruirne al posto loro. Mai come in questi giorni in cui si farnetica di censimenti abbiamo avuto bisogno di una traccia sull’articolo terzo della Costituzione, che sancisce l’uguaglianza di tutti i cittadini e vieta ogni forma di discriminazione anche grazie alla possibilità di svolgere un mestiere che garantisca la dignità.

Per quanto riguarda la traccia di ambito artistico-letterario a tema solitudine mi trovo d’accordo con il prof. Giunta: di certo nella storia della letteratura si sono toccate vette più elevate della poesia di Alda Merini, eppure in quest’epoca di xenofobia, individualismo sfrenato e patologie psichiatriche legate alla mancanza di solidarietà, un discorso sulla solitudine non mi sembra inappropriato, come già affermava Zygmunt Bauman con il suo acuto saggio Voglia di comunità.

La prima prova passa fra le mani di tutti gli studenti italiani, dal Trentino alla Sicilia, e data la sua universalità è giusto che essa tasti il polso del paese, che faccia da cartina tornasole alle questioni che ci troviamo ad affrontare quotidianamente. In questi tempi in cui i porti si chiudono e i vaccini si mettono in discussione dobbiamo ricordarci e avere fiducia nel nostro ordinamento giuridico, ed ecco che anche la traccia di ambito tecnico-scientifico si è giustamente soffermata sulla implicazioni legali della clonazione.

Il tema sulla creatività, poi ci fa riflettere sugli strumenti che utilizziamo tutti i giorni: se queste parole che scrivo verranno lette a partire da una condivisione su un qualsiasi social network, è perché qualcuno nella ormai celebre Silicon Valley ha avuto l’idea giusta al momento giusto. La vittoria economica del cervello tecnologico sui muscoli dell’industria pesante è un dato di fatto cui anche il marxista più ortodosso deve ormai fare i conti. Strettamente correlato a ciò si collega tanto più il tema di ambito storico-politico sulla capacità di plasmare le masse grazie ai mezzi di propaganda.

La maturità deve tornare a smuovere un po’ di quel sacro terrore dei tempi andati, e di certo non è detto che non possa o debba essere riformata. Eppure, mi sento di ribadire che l’insonnia della notte prima degli esami ha ancora molto da insegnare.

Di province, di regni, di montagne, di baie, di vascelli, di isole, di strumenti, di astri, di cavalli e di persone. E di colline.

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La casa in collina assomma in sé diversi vantaggi; innanzitutto, vivendoci puoi sentirti un po’ Cesare Pavese, anche se a pensarci bene non è una gran cosa: Pavese è bravo a scrivere, a rielaborare il disagio esistenziale, a tradurre Moby Dick, a farsi rifiutare proposte di matrimonio, ma non è certo una cima nella gestione della propria umanità.

Uno dei vantaggi veri invece è che internet, se prende, ha un segnale flebilissimo che impedisce di guardare cose non puramente testuali, tipo cose in streaming. Per questo, il fatto che stamattina alcuni operai abbiano messo qualcosa sottoterra (verosimilmente questa fantomatica “fibra”) coprendola con un impasto di cemento rosato, mi disturba alquanto; sorvoliamo sul fatto queste strisce rosa al lato dell’asfalto prima o poi ammazzeranno qualche ciclista, tipo me.

Uno degli altri vantaggi è che le stradine a volte sono talmente strette che le auto non riescono a superarti e la gerarchia dei rapporti di forza si ribalta. Non esiste che io mi fermi mentre spasimo in salita per farti passare. Puntami pure i fari sul culo, qui quello sbagliato sei tu.

Stare in un po’ più in alto rispetto ai boulevards veronesi inoltre mette di buon umore, perché è noto che fuori città la primavera arrivi in anticipo, ad uso esclusivo dei vecchi che mettono i gilet color crema multi-tasca da pescatori del Mississipi. Anche la pioggia cade prima, ed è dunque più fresca e sa ancora un po’ di grigio. I piovaschi lavano le vene della collina e poi intasano i tombini esausti di via Mameli.

Per salire a Quinzano in piazza Righetti, ci sono poi due strade che corrispondono ad altrettanti modi di affrontare la vita. Da entrambe si vede bene il campanile illuminato di San Rocchetto. La prima via è più lunga ma meno ripida, si può quasi arrivare su senza accaldarsi; solo, non finisce più. L’altra è più breve, ha degli strappi che se imbocchi senza l’impeto giusto ti obbligano a scendere e spingere la bici a piedi -disonore supremo-. È decisamente meno illuminata. La sera si vede qualche bagliore di stella in più e le foglie sono più verdi. Inoltre è circondata in parte da muri che hanno in cima cocci aguzzi di bottiglia. Io preferisco sempre quest’ultima strada. Faccio fatica ma dura poco: non sono organizzato e paziente, mi piace il rush finale.

L’altra cosa interessante della vita collinare è che se la scrittura viene a cercarti, di solito ti trova pronto.

Ieri ho scagliato per terra una penna in classe perché spiegare con qualcuno che parla in sottofondo è come contare con qualcuno che ti dice nell’orecchio numeri a caso. Cose che i nervi ti franano, e a me non succede mai. La bic nera è esplosa. La collina ti abbraccia e rilassa, anche perché se lanci una penna nell’erba di maggio, difficilmente la distruggi.

Me ne vado a morire, dormire, forse sognare, ma non prima di avervi ricordato che come Dante nell’ultimo canto del Paradiso, tentando di contemplare nel volto di Dio il mistero dell’universo, non vede altro che l’immagine dell’uomo, anche l’enciclopedista di Borges, tentando di disegnare il mondo, in punto di morte di accorge di aver disegnato minuziosamente il suo stesso volto.

Easter what you want* (*Christmas with the yours)

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Previo accorato suggerimento mi sono iscritto al programma carta-freccia e sono andato a Milano con un Freccia Rossa; era la prima volta nella mia vita che ne prendevo uno. Ci mette pochissimo. Quando al solito regionale compagno di sventure preferisci la Freccia vuol dire che la gioventù è agli sgoccioli.

-regionale compagno ma anche un po’ causa di sventure-

Gioventù addio e non oso immaginare il trauma di pagarmi per intero i biglietti per i musei nei prossimi giorni. A bordo del treno ero così a disagio che mi hanno dato acqua e snack (compresi nel prezzo) e io ho detto “NO NO GRAZIE LEI È MOLTO GENTILE MA SONO A POSTO”.
Insomma, ho tradito le mie radici proletarie e sono diventato un borghese nemico del popolo.

Stamattina sono partito per Parigi perché sono un amante dell’avventura e del cambiamento e non scelgo mai le stesse mete, no no proprio no. Nelle orecchie ho i primi abbacinanti accordi di “Chan chan”, dal Buena Vista Social Club che mi danno un piacere quasi fisico. Ho sentito di persone che studiavano con quest’album come sottodondo: ma come si fa a fare altro, oltre ad ascoltarlo?

Sono passato per Torino e Chambéry, stazioni che significavano tornare in Italia a Natale e tornare mestamente a Grenoble quando le feste erano finite. Mi sembra tutto lontanissimo e stranamente non sto provando la mia onnipresente nostalgia per tutto lo scibile umano. Faccio progressi, no?

Ieri in classe ho cercato di tracciare un parallelo fra Josef K. dal Processo di F. Kafka e Leopold Bloom dall’Ulysses di J. Joyce: sono uscito dall’aula insoddisfatto, con un altro mezzo milione di cose da dire nella testa. Anche perché, oggettivamente, non puoi davvero far lezione l’ultimo giorno prima delle vacanze. Per la cronaca, non ho mai letto integralmente l’Ulysses di Joyce e non ritengo necessario farlo.

Ho un mal di testa vigliacco, suppongo sia il modo che usa il mio encefalo per esigere sonno.

Ha del tutto ragione.