Mio padre a giugno del 2020 ha esalato il suo ultimo respiro.

Non me ne sono accorto completamente, o per lo meno non subito.
Nemmeno ora, a mesi di distanza, sono certo di aver capito che una persona possa smettere di esistere da un momento all’altro; i buchi nella coscienza provocati dal sonno profondo sono gli unici strumenti che mi aiutano a capire; suona bizzarro che la comprensione di qualcosa passi attraverso il dormire, di cui non facciamo esperienza sensibile e non serbiamo memoria.

Da bambino ero convinto che i miei genitori possedessero il magico potere di accorciare la notte: non c’era sera in cui io mi coricassi senza l’immancabile supplica “Dormiamo poco?”, a cui mia madre rispondeva con un cenno di assenso. Odiavo la notte perché si frapponeva ad un continuum di giochi, cartoni animati, merende, storie dei libri del Battello a Vapore o dei Piccoli Brividi. Prendevo sonno subito e incredibilmente dormivamo poco sul serio.

Non ho visto direttamente mio padre morire; l’ho visto privo di coscienza, poco prima e poco dopo. Ho visto il suo diaframma ostinarsi disperatamente a chiedere aria. Ho pensato a tutti i polizieschi che ho letto, in cui, per capire se qualcuno è morto annegato, controllano sempre se la vittima abbia acqua nei polmoni. Sott’acqua, negli ultimi attimi che ti restano, ad un certo punto il tuo istinto di sopravvivenza ordina alla trachea di inalare acqua, come un soldato asserragliato che, certo di essere colpito, tenta comunque di esplodere un ultimo colpo a detrimento delle linee nemiche. Il respiro è davvero l’ultimo ad arrendersi. L’inizio della vita è sancito dal respiro, sotto forma di vagito, e il respiro è anche l’ultimo ad abbandonare il palcoscenico.

Mia zia piangeva. Chi non piangeva singhiozzava a tratti. Insieme abbiamo fatto la barba a quell’aggregato di molecole che fino a pochi istanti prima era percorso dall’ultima elettricità. Ero attentissimo con la lametta; mio padre quando si faceva la barba usciva dal bagno con il volto ridotto ad un campo minato, forse a causa della maniera pratica e sbrigativa con cui affrontava ogni aspetto della sua quotidianità. Dentro di me pensavo “Questa sarà la prima e unica volta in cui uscirà sbarbato senza ferirsi”. Ad un certo punto gli infermieri sono arrivati, ci hanno fatto uscire dalla stanza, chiedendo scusa se dovevano entrare nella nostra intimità con la freddezza di una procedura standard, come un rostro che sfonda la carena di una nave nemica. 

Ci siamo ritrovati fuori in giardino, gli infermieri hanno abbassato le tapparelle. Quando siamo rientrati mio padre aveva i tratti più composti e un mazzolino di fiori sul petto. Mi chiedevo stupidamente se quei mazzetti li preparassero in un numero predefinito la mattina in base alle previsioni dei medici o se li confezionassero al momento. 

Guardavo gli infermieri e pensavo quanto per loro fosse ordinario un momento per la mia famiglia talmente straordinario da rappresentare l’unicità: in fondo, pensavo con sollievo, la fatica di morire la si fa una volta sola.   

I francesi chiamano questi momenti-chiave les tournants, locuzione che mi piace particolarmente anche se la traduzione italiana letterale, tornante, oppure giro di boa, risulta piuttosto debole, non foss’altro perché nella mia esperienza ciclistica, dopo un tornante che fa prendere fiato, la salita continua feroce a mordere le gambe, e anche le barche a vela nelle regate, dopo il giro di boa, devono tornare a terra, magari sfidando il vento contrario. 

Il tornante della morte di mio padre, al contrario, non dava spazio a ulteriori affanni, anzi, al contrario: stabiliva, finalmente, una sorta di quiete, una patta inevitabile con la nostra finitudine. L’agenzia di pompe funebri ci ha regalato degli splendidi portachiavi a forma di bara. Il gesto era talmente kitsch da rasentare il sublime. Inutile dire che l’ho apprezzato molto, e che al momento il suddetto gadget giace quotidianamente nelle mie tasche.

Essendo stato mio padre un uomo del tutto privo di retorica, ho cercato di omaggiare la sua fine senza orpelli: provo una certa insofferenza di fronte alle perifrasi giornalistiche o da onoranze funebri: è mancato, si è spento o il francamente insopportabile ci ha lasciati; dato che toccava a me avvertire un po’ di amici di famiglia sono andato dritto al sodo, risoluto come un cavadenti del far-west: ciao, papà è appena morto, ah sì, grazie, no il funerale non lo facciamo, grazie davvero, sì in effetti è proprio ingiusto morire a 62 anni.

Andare dritto al punto mi sembrava una questione di purezza e di rispetto. Il giorno dopo iniziavano gli esami di maturità dopo due anni scolastici balordi tra pandemia e didattica a distanza. Non potevo permettermi di abbandonare i miei alunni proprio in quel momento, o forse non potevo permettere che loro abbandonassero me proprio in quel momento.

Uno degli aspetti più gradevoli di questa situazione, è il fatto che nessuno stavolta mi abbia sgridato perché non stavo affrontando “correttamente” la morte di mio padre, come se esistesse una maniera più giusta delle altre; l’assenza di autoproclamati guru spirituali che ti spiegano come si fa a stare al mondo, è stata una vera benedizione. Pensa ad esempio alla fine di una relazione: c’è sempre qualcuno che ti spiega come si fa a gestirla, ovviamente con una virosa ridda di luoghi comuni. ‘Stavolta, per fortuna sono stato graziato.  

In generale, credo una delle più grandi sciagure dell’epoca contemporanea sia la nauseante retorica dell’affrontare i propri problemi, perché prima o poi essi busseranno alla porta e saranno ancora più ingombranti; al di là che è una raccomandazione dozzinale, da libracci motivazionali scontati del 70% nelle ceste delle librerie, ma saranno anche c***i miei, o no?

Io funziono così: rispondo al vuoto, al lutto, alla perdita, con il riempimento. Rispondo alla morte immergendomi nella vita, che per me significa vita sociale; trovo conforto nello stare con le persone, nel rito empireo e borghese dell’aperitivo. Diciamo pure che sono un grande fan della polvere sotto il tappeto, naturalmente solo quando la polvere e il tappeto sono di mia proprietà e non nuocciono alla vita di nessun altro. Mi spiego meglio: la polvere sotto il tappeto non è una buona idea se riguarda le relazioni con gli altri o qualche problema serio che necessita di un aiuto esterno/professionale. Ma quando l’affare è tra me e mio padre…

Ciononostante, il mondo è pieno di tromboni che con aria paternalistica regalano la loro saggezza sul fatto che i problemi vadano affrontati. Io penso invece che i problemi vadano schivati.

Inoltre, i tromboni con l’aria paternalistica che non fanno altro che riproporre acriticamente banalità perpetuate dai loro genitori, di solito sono le persone che gestiscono peggio i loro problemi.  

A me piace uscire e divertirmi, mi piace andare al lavoro il giorno dopo la morte di mio padre (ah, ovviamente mi piace molto il mio lavoro, ça va sans dire), e piuttosto piango da solo in bagno quando sono a casa. Conosco altresì persone che affrontano questi momenti chiudendosi in loro stesse, senza voler vedere nessuno: esse hanno ragione.

Il punto è,
che ho ragione anch’io.

e forse, la morte,
è soltanto un dormire poco.