Viaggio in Italia, luglio 2020. Prima tappa: Verona – Pescara

Sono sempre stata invidioso di Ernest Hemingway che ha avuto ben due guerre mondiali in Europa e la Parigi più bella da raccontare. Ho sempre avuto l’impressione che al contrario, nella mia epoca non sia successo nulla di così interessante. 
Una pandemia globale mi ha accontentato.

Tutto è nato dal Kayak. 

Lei volteggiava sulle onde del fiume, sinuosa come un’anguilla. Gli altri due amici che partecipavano al corso con noi, sportivi provetti, filavano giù tra i flutti, ubriachi di adrenalina. 

Io alla terza lezione da principiante mi sono rovesciato, ho battuto la testa sulle pietre del fondo (Dio benedica i caschi); a quel punto, sfinito, ho recuperato il kayak volato qualche centinaio di metri più in là, ho appoggiato il culo su una roccia e non mi sono più mosso dalla paura. Ho guardato i miei tre compagni continuare a seguire il maestro in evoluzioni sempre più ardite. 

Mi sono sentito come alle medie, quando le ragazzine sboccianti (e bellissime e irraggiungibili) guardavano quelli che giocavano a calcio e io non sapevo neanche tirare dritto un pallone di tela. Fu allora che capii che la vita contemplativa per me poteva essere più appagante di quella attiva. Il mio tempo sarebbe arrivato (mi ripetevo).

Torniamo a casa, l’Adige ancora addosso;
-Non credevo l’avresti vissuta così male…- mi dice lei, dolcissima. Mi disegna una carezza sulla guancia e io mi sento se possibile ancora più inetto. 
-Guarda, vedere voi tre così bravi e io così incapace rasenta la défaillance sessuale nella mia testa-
-Oh…- mi risponde un po’ piccata, come si risponde a un ragazzino egoista che fa i capricci. Mi guarda come a dire “Torno quando ti è passata”. Ha pienamente ragione. 

Noi uomini ce le viviamo un po’ male le défaillance sessuali. Che idioti siamo.

Passo la giornata successiva a tentare di scrollarmi di dosso secoli di maschilismo patriarcale che acuiscono il mio senso di sconfitta, o per dirlo con le parole di Freud, il mio complesso di castrazione. Il fatto che la mia razionalità non riesca del tutto a domare queste idiozie mi fa sentire ancora più stupido.

Vengono a trovarmi due amici. Stanno per sposarsi. Io sarò il loro testimone. Questo fatto mi fa sentire come se stessimo viaggiando nell’universo siderale su due astronavi differenti. Racconto loro del Kayak e del mio senso di inadeguatezza. Quest’ultimo non si placa.

La sera io e Claudia siamo ad un compleanno, parlo con Paolo del kayak. Anche lui mi dice di aver subito i danni di questo cameratismo da quattro soldi nell’età dell’innocenza: -Sai perché faccio sport tutti i giorni?- mi chiede -Perché alle medie ero scarso, ecco perché-. 

Orgoglio ferito, devo fare qualcosa. Impacchetto tutto ciò che posso sulla bicicletta e inizio a dirigermi di buon passo verso l’Adriatico, prima tappa, Pesaro, città peraltro di Gioacchino Rossini. 

Claudia è un po’ contrariata dalla mia disorganizzazione e dalla totale improvvisazione di questo viaggio. “Andiamo in Abruzzo, forse ci fermiamo nelle Marche, forse no, forse andiamo in Cilento, chi lo sa”. Ci diamo appuntamento per qualche giorno dopo, vedremo dove arriverò. La mattina in cui io parto ci diamo un bacio, ha un sapore particolare, io ingigantisco tutto come al solito (mia sorella più piccola mi chiama drama queen) e mi sento Bartali che parte per il Tour de France, nello specifico quello del ‘48. 

La strada è lunga, in pianura, la borsa che ho attaccato dietro alla sella beccheggia e quindi faccio fatica a pedalare en danseuse, in piedi sui pedali. Eppure ho abbastanza rabbia addosso dal giorno prima, la motivazione giusta, due buone borracce d’acqua e qualcosa da mangiare. Si può fare. Butto giù un pacchetto di crackers ogni 60 minuti, cerco di tenere i trenta di media, guardo il cemento che lentamente si trasforma in campi coltivati, la città che diventa provincia. 

Qualche giorno prima io e Claudia abbiamo fatto un giro in quel tempio del capitalismo che è Decathlon. Tra i vari atleti mancati, me compreso, abbiamo comprato una tenda abbastanza ampia e qualche suppellettile da campeggio. Ci sentiamo in una botte di ferro. So che tutta quell’attrezzatura dovrà portarla Claudia da sola in treno e per questo mi sento un po’ in colpa. Piano piano capisco che l’organizzazione e il preavviso le servono proprio per capire cosa portare e come portarlo. Non realizzo che molte cose le tiene ancora a casa dei suoi genitori, perché in fondo conviviamo da pochissimo e in fondo sono un incosciente. Chi ha tempo di pensare alla logistica quando deve affrontare il Tour de France? Qualche giorno dopo mi renderò conto della sostanziale legittimità delle sue richieste e mi pentirò di essere stato così sbrigativo e talvolta scortese. Le chiederò scusa, sempre con un certo delay

Nel frattempo le gambe girano, vedo la piana Veneta che piano piano si trasforma in piana Emiliana, tanto le zanzare non mi prendono. Sento stralci di discorsi che hanno un accento diverso da quello veronese e improvvisamente mi sento di nuovo a casa, perché la mia famiglia è emiliana d’origine. Senza accorgermene, sotto il sole, ben presto sono a Ferrara. Mi salgono alla mente memorie di qualche buskers Festival, quando avevo nemmeno vent’anni e credevo di aver capito come funzionava il mondo. Compro un po’ di frutta da un ragazzo indiano gentile. È ancora lunga. 

Varco la frontiera che separa l’Emilia dalla Romagna, iniziano a comparire i cartelli che indicano Ravenna. Sono felice perché penso che una volta raggiunta la costa, scendere a Sud sarà un gioco. Mi piange il cuore per ogni centro storico che avrei voluto visitare. Mancano 20 km alla città in cui è sepolto Dante, realizzo con sacro terrore che ho dimenticato la pompetta d’emergenza a casa, la sera si avvicina e se foro la ruota sono nei casini. Se la foro in mezzo alle campagne romagnole sono nei casini ancora di più. 

Vedo anche che la batteria del telefono inizia a languire, e non posso permettermi di non usare il navigatore gps.

-erano proprio altri tempi quelli in cui mio padre e mio nonno, autotrasportatori, giravano l’Europa senza uno straccio di cartina. Mio nonno poi, dalla Lombardia a Roma, col camion ci impiegava tre giorni-

Mi fermo, per la prima volta dopo molte ore in un bar chiassoso, kitsch quanto provinciale, con un orribile mobilio stile Mediaset primi anni Duemila. La parlata mielosa dei Romagnoli mi dà sui nervi. La barista è giovane, bella, scambiamo due chiacchiere. Non capisce bene come inquadrare la mia richiesta di avere delle pesche in vetrina: “Mah, questa frutta la usiamo solo per i cocktail…”. Mangio un panino, carico il telefono, non riesco a fare a meno di chiamare Claudia; riparto. 

Inizio a vedere orde di turisti che volano verso la riviera. Mi lascio scivolare per stradine secondarie di campagna malasfaltate. I muscoli delle gambe iniziano un po’ a chiedere la resa. Ma è ancora lunga. Finisco in una strada enorme con i cartelli blu, forse una superstrada. Scappo di nuovo verso i paesini. 

Inizio ad annoiarmi e recupero un vecchio lettore MP3 che ho portato con me, risalente al 2012 e che taceva dal 2016. L’epoca di internet sempre e dovunque era lontana, e quindi è ancora pieno di podcast scaricati dal sito della Rai dal computer fisso di casa. Che cosa vintage. Chissà quando li ho ascoltati l’ultima volta; forse in quella malaugurata estate in cui cercavo casa a Torino dopo non aver vinto la borsa di dottorato a Nizza. 

C’è una puntata di “Lezioni di musica” di radio 3 dedicata al Sacre du Printemps di I. Stravinskij, argomento noto e arcinoto ma che riascolto sempre volentieri come guardo volentieri Italia-Germania 2006 su YouTube. Mi piace pensare a quel fagotto nel teatro degli Champs Elysées che nel 1907 ha sbriciolato secoli di tradizione musicale europea. 

Bello il lettore mp3. Che strano ripensare a quell’epoca senza connessione in cui l’intrattenimento per ammazzare le attese andava pianificato con congruo anticipo. Mi lascio cullare da Radio 3 e arrivo a Ravenna. Il mare non lo scorgo ancora tra le mille strutture turistiche che hanno fatto la fortuna di questi posti negli anni ’60, ma decido che mi fermerò eventualmente solo dopo averlo visto. Ravenna è una soglia psicologica importante. Basta tirar dritto, giù fino a Pesaro, mi dico. 

Avvicinandomi al litorale trovo finalmente due coniugi che hanno un noleggio biciclette con annessa piccola officina. Chiacchieriamo, mi vendono una pompetta di emergenza. Mi fanno i complimenti quando dico che arrivo da Verona: mi inorgoglisco un po’ senza darlo a vedere. Il cielo trascolora e mi rendo conto di non avere ancora molte ore di luce a disposizione. Lui mi dice “Guarda, se hai voglia di fare la strada bella sali dalla collina dopo Cattolica. C’è un parco naturale. Ma da qua ti stufi a fare lo slalom fra la gente”; io rispondo che ho pedalato in solitaria fino a quel momento, e che non mi dispiace un po’ di presenza umana; “allora arrivi a Rimini che non ti accorgi neanche di pedalare!”. I pini marittimi mi guidano attraverso alcune pinete, si sente l’odore dell’acqua salata.

In effetti, raggiunte le città sulla costa e le zone turistiche devo scendere più volte dalla bicicletta, andare con calma, superare i marciapiedi, divincolarmi dai crocchi di persone. Il mare è distante, oltre gli ombrelloni e i lettini sulla mia sinistra. C’è gente, ma non troppa. A Rimini vedo ragazzini che riempiono gli autobus incuranti del virus; superare le auto si rivela complicato. Le liceali si stringono nei loro vestiti striminziti, sono truccate e hanno voglia di farsi notare. I coetanei di sesso maschile invece sono ancora un po’ acerbi. 

Il ginocchio destro inizia a fare i capricci, sento i tendini indolenziti. Devo fermarmi in farmacia, comprare una pomata anti-infiammatoria. A Rimini passo da Rivazzurra e sorrido: mi ricordo di qualche notte passata lì insieme alla ragzza del liceo, Nadia. Quei giorni d’estate solo con lei a 16 anni in vacanza erano la cosa più incredibile a cui potesse ambire la mia immaginazione. Consegnavo volantini in zona industriale tutto luglio per poterla raggiungere pochi giorni in riviera. Altri tempi, altre prospettive. 

Mando un messaggio a mio cugino, che so abita in zona. Siamo amici da quando eravamo piccoli e giocavamo insieme. Forse dopo 4 anni (ma dico forse) ho smesso di invidiarlo per il fatto che nel 2016 lui ha vinto la borsa di dottorato mentre io no. Questo senso della competizione e del confronto della mia vita con quella degli altri deve finire, decisamente. Mi risponde con qualche minuto di ritardo: ormai ho superato la sua zona e non ho alcuna intenzione di girare la bicicletta e tornare indietro; più che altro perché inizio a sentire la stanchezza.  

Sulle strade di Rimini vedo un piccolo chiosco di frutta. Ho una fame che non ci vedo, compro delle pesche, delle albicocche, delle banane e le divoro seduto in un angolo con una voracità da calo di zuccheri. In effetti mi accorgo che ho lo stomaco vuoto da diverse ore. Ridacchiando mi viene in mente una scena di Robin Hood con Kevin Costner, quella in cui i due pellegrini rientrati in Inghilterra dalla Terra Santa, dopo giorni e giorni di viaggio trovano dei meloni freschi in cui piantano la faccia come bestie feroci e affamate. Mi sento più o meno allo stesso modo (drama queen).

Continuo a spingere sui pedali, vicino a Cattolica fanno dei fuochi d’artificio sulla spiaggia. Li interpreto come un segno di accoglienza nei miei confronti, perché alla fine, ognuno legge la realtà circostante come vuole. Penso che la necessità di cercare dei segni sià la stessa necessità di dare un senso alla casualità totale delle nostre vite.  

Supero il limite della regione, arrivo nelle Marche, nella propaggine di territorio che non è più Romagna ma di fatto è identica alla Romagna. Manca solo un parco naturale a Pesaro, che posso facilmente attraversare facendo la statale. Sono le 10 di sera, fa buio e l’asfalto ricomincia a mordere, in salita, come un’estrema prova per me che sono un ciclista da pianura. Sono più di 10 ore che sto in sella, ormai mancano appena 9 chilometri alla meta. Continuo a pedalare ormai mosso solo dall’ostinazione e dall’inerzia. 

Dopo l’ultima grossa curva in salita accade l’inaspettato: i lampioni finiscono, e la strada ampia e percorsa dalle auto a gran velocità viene inghiottita da un buio terribilmente in contrasto con il paesaggio da carosello da cui arrivo. Alzo bandiera bianca: è decisamente il momento di fermarsi. Rischiare di essere travolto da una macchina per orgoglio mi sembra davvero stupido. 

Il telefono ha la batteria completamente scarica, quindi non sono nemmeno in grado di cercare un alloggio. Giro la bicicletta alla ricerca del primo locale aperto disposto a prestarmi una presa elettrica. Sono piuttosto male in arnese, che ci metto un po’ a trovare una specie di ristorantino. È tardi: le cameriere e la padrona stanno cenando a un tavolo. “Qui è tutto chiuso, mi spiace”. Chiedo di poter mettermi in un angolo ricaricare il telefono per cercare un posto dove dormire. La signora è gentile, mi indica una presa e mi dà il nome di un paio di alberghi. Grazie al mare magnum che è internet trovo facilmente una stanza nella località di Gabicce al mare, dove gli alberghi sono sensibilmente meno cari perché appunto, dalla Romagna ormai ho scollinato nelle Marche. Ringrazio la signora del ristorantino e compro una lattina di aranciata più per scusarmi per il disturbo che non per berla. Non so ancora che quella lattina sarà la mia cena.

Arrivo all’albergo. Il tizio della reception mi fa mettere la bicicletta nella hall, “Tranquillo la guardo io” e poi, con un velo di imbarazzo negli occhi mi dice “Mi spiace, sul sito c’è un errore: la colazione non è compresa nel prezzo”. Non so se sia un giochino o se sia la verità, ma scommetto sulla buona fede dell’albergatore, capendo anche i tempi difficili sta affrontando l’industria turistica. Gli consegno la mia carta d’identità (è ancora in albergo al momento in cui scrivo). Fa una fatica incredibile ad usare il pos, mi dice “Che palle questa tecnologia”: in effetti ha un’età per cui è estremamente comodo fossilizzarsi sulle cose che si conoscono senza bisogno di impararne altre. Pago la differenza senza battere ciglio e mi chiudo finalmente in camera. 

La doccia è una voluttà. Dopo lo sforzo fisico della giornata, eppure, faccio fatica a rilassarmi. La camera è bella, curata, ben rifinita e recentemente ammodernata. Sarebbe una camera perfetta da condividere, da usare per farci l’amore, dalla finestra si vede il mare. Lavo svogliatamente con un po’ di sapone i miei indumenti pieni di polvere e sudore. Guardo le linee biancastre che ha lasciato il mio sudore sul nero della maglia e dei pantaloncini. Mi sdraio, leggo qualche articolo da un giornale on-line. Non dormo il sonno dei giusti.

Mi sveglia il sole delle 8 e il calore secco e salino della riviera. I miei vestiti sono già asciutti. Scendo a far colazione, mi riempio di uova, pane tostato. mi impongo di non mangiare zuccheri troppo difficili da digerire ma non riesco a resistere a un tortino di carote. Poco male. Scendo alla tabaccheria-alimentari e compro del nastro isolante (non si sa mai) e dei cracker. Vorrei comprare anche della crema anti scottature ma i prezzi sono prevedibilmente improponibili. Decido di continuare a soffrire. 

Mi metto in viaggio per Ancona; città che l’anno scorso ci ha fatto da trampolino di lancio per conoscere il Conero e l’amata Recanati. Le gambe girano ma inizio a non reggere più la pressione della sella sul culo. Inizio a fare sempre più pause. Mi fermo a riempire le borracce davanti ad una chiesetta, vicino alla fontana guardo la bacheca delle onoranze funebri, leggo nomi e destini di cui non so nulla. Mi chiedo quante di quelle persone siano morte di Covid. Il contrasto della morte con le spiagge piene di vacanzieri un po’ mi disturba. 

Inforco di nuovo la bici ma sono stanco. Gli ultimi 10 chilometri prima della stazione inizio davvero a pregare ad alta voce perché sono esausto. Mi sono mangiato poco più di 80 km per arrivare nel capoluogo marchigiano.   

Prima di partire riesco a mettermi d’accordo con mio cugino. Si decide di fare una capatina a alla spiaggia di Mezzavalle, bere qualche birra e ricordare i bei vecchi tempi. Ci sono anche altri amici, compagni di università con cui avevamo fatto festa anni e anni fa, quando eravamo tutti studenti e io stavo per partire per la Francia. Io e Claudia siamo i benvenuti, guarda caso avevo prenotato per due persone in più che però non sono venute, vi aspettiamo.
In che senso hai prenotato?
Eh, adesso anche nelle spiagge libere devi prenotare. Poi magari non controlla nessuno eh. Vi aspettiamo. 

Vedo Claudia in stazione; è una bella sensazione, per quello. Ci abbracciamo, ci baciamo. -Oddio come hai fatto a portare tutto questo ambaradan in treno?
-Eh ho fatto fatica.
Ha con sé la sopracitata tenda da campeggio esageratamente pesante, una bicicletta, una borsa e uno zaino da viaggio scout enorme sulle spalle. L’inaffondabilità di quella ragazza mi colpisce sempre, capisco perché piace ai miei amici.

Ho chiamato l’albergo davanti alla stazione, ci tengono i bagagli e le biciclette per 5 euro a testa. Resto sempre stupito dall’idiozia delle stazioni che non possiedono un deposito bagagli. Buttiamo tutto in uno scantinato e prendiamo un autobus; è domenica. Sono felice; è strano tornare in quei luoghi dove avevamo passato una delle nostre prime vacanze, quando sapevamo tutto sommato ancora poco di noi. Ricordo una spiaggia di sassi, erano le nove di sera ma c’era ancora luce, io che le chiedo: dai, raccontami dei tuoi amori passati. Mi sembra passata un’eternità. Che poi, chiedere degli amori passati vuol dire sempre farsi un po’ del male.

Mezzavalle non è più quel luogo ameno che ricordavamo dall’anno precedente. Ci sono troppe persone. Ci sono poliziotti con le moto d’acqua che sgridano dei ragazzini che ballano sul bagnasciuga: assembramento non consentito. Mi chiedo quanti social networks verranno inondati con l’hashtag #mezzavalle solo in quella giornata. 

Mio cugino è con la fidanzata, l’ultima volta che ci si è visti era stato a Bologna, era dicembre, volevo conoscessero Claudia. Avevamo mangiato in un’osteria, io avevo chiesto informazioni sulle Fiandre, dove saremmo andati di lì a poco, durante le vacanze di Natale. Nessuno immaginava che sarebbe arrivato il contagio, le notizie sul virus erano un’eco distante relegata nelle pagine degli esteri. Wuhan era una parola remota. 

Assieme a mio cugino c’è un amico che avevo conosciuto durante soggiorni universitario-goliardici più o meno lunghi a Forlì. È toscano ed è finito anche lui nel mondo della scuola, anche se ha l’aria di non saper bene come. Ce la raccontiamo su com’è stare alle medie, ah ma tu sei alle superiori, sì ma io in paritaria, ah oddio la didattica a distanza, ah che palle il precariato. Mi butto in acqua per pochi minuti e poi tutti assieme beviamo una birra in un chioschetto lì vicino. Parliamo di lingue straniere, di Michael Phelps, di esami universitari farsa, di professori universitari rancorosi. È un bel momento.

Io e Claudia voliamo verso il campeggio, lo stesso dell’anno scorso. Piantiamo alla buona la nostra tenda nuova, mangiamo una pizza, io bevo un amaro e la mattina dopo si riparte, destinazione Vasto. Con calma arriviamo a Pescara, capoluogo di provincia dell’Abruzzo. La stazione è enorme, una vera cattedrale nel deserto, data la sostanziale scarsa rilevanza della città. La stazione è un grande scatolone di cemento armato e vetro, come piacevano i palazzi a Manhattan negli anni ‘90. Mi chiedo quanta speculazione edilizia, quanta corruzione, quanto marciume italiano sia servito per costruire un ecomostro del genere nell’epoca delle vacche grasse, cioè il Belpaese pre-tangentopoli. 

In questa stazione faraonica accade qualcosa di incredibile: non c’è un deposito bagagli. Chiamo almeno 5 alberghi, mi rivolgo speranzoso al personale Trenitalia: nulla di nulla. Mi arrabbio, e giustamente. Abbiamo poco più di un’ora e mezza di attesa. Claudia mi calma e con armi e bagagli al seguito ci dirigiamo verso l’uscita: decidiamo di fare comunque due passi per il centro di Pescara, anche se lo zaino mi sega le clavicole. Fuori dalla stazione due poliziotti ci chiedono in malo modo i documenti, ma appena rispondiamo in italiano si sciolgono, dicono “Ah pensavamo che eravate tedeschi con le biciclette e tutti quei pacchi al seguito, ah ma siete di Verona, che bello, ho fatto la scuola di polizia vicino a Verona, che bella l’Arena con l’opera, ah se volete una buona gelateria andate qua”. 

Dopo il gelato passeggiamo per Pescara, inorriditi da quanto sia brutta. In effetti è una città macchiata dal peccato originale, un vero disonore che in realtà tocca a pochissime città italiane: essere nuova, non avere storia.

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